One day in Aleppo, il docu-corto di Ali Alibrahim: i bambini siriani e la guerra

TITOLO: One day in Aleppo

AUTORE: Ali Alibrahim

PREMI: Menzione speciale a “Visions du Réel”  Festival de Cinéma de Nyon 2017

EDIZIONE VdR : 2017

PRODUZIONE: Firas Fayyad
Siria, 2017, 20′

Senza dialoghi

Nei giorni del Festival dei Tulipani di Seta nera 2017 di Roma, un festival che vede il corto come un ottimo mezzo per i giovani per affiancarsi al mondo del cinema (cit. Gian Marco Tognazzi), vogliamo presentare ai nostri lettori un corto speciale che parla della città siriana di Aleppo.

One day in Aleppo narra la storia di un gruppo di bambini che inizia a dipingere le pareti della propria città dopo cinque mesi di bombardamenti a opera dal regime siriano, forte dell’intervento militare dell’alleato russo, che ha lasciato senza approvvigionamenti la popolazione intera. Poco meno di trecentomila anime restano senza viveri e quei ragazzini rimasti in città esprimono con le loro opere un tentativo di sopravvivenza a quello che viene definito il ‘modello Grozny’.

Putin, infatti, dopo aver raso al suolo gran parte della Cecenia negli anni ’90, applica lo stesso metodo in Siria. Ma non è solo la Russia a bombardare il popolo siriano, altri attori internazionali sono coinvolti. Prendiamo a modello di questa sottomissione la devastazione totale della città di Grozny dove ancora oggi, come ci racconta il documentario di Nicola Bellucci, Grozny Blues, si vive in uno stato di totale dittatura.

Abbiamo letto quello che accade agli omosessuali di questi tempi, in Cecenia?

Beh, un disegno alquanto triste.

Ma a noi, adesso, interessa il destino dei bambini di Aleppo. Dopo Una vita in un giorno, le 24 ore del 24 Luglio 2010, trascorriamo insieme ad Alì Alibrahim, a distanza di sette anni, un giorno ad Aleppo.

Il progetto del 2010 vede coinvolti in veste di produttore esecutivo, il cineasta britannico Ridley Scott; in veste di regista Kevin Macdonald; al montaggio Joe Walker, che ha coordinato la selezione e  la forma finale delle migliaia di ore di riprese inviate da altrettanti autori, da ogni parte del mondo. Partner del social-movie o film user-generated, generato dagli utenti, è Youtube, che lo ha reso disponibile dal 2011 sul suo canale, con sottotitoli in decine di lingue.

Il corto One day in Aleppo presenta, invece, gli abitanti di Aleppo nella loro autentica quotidianità, mentre l’opinione pubblica in Occidente segue le loro storie solo distrattamente, attraverso un disegno fatto dai canali televisivi.

Il documentario dura circa venti minuti, in cui vediamo anche momenti di serenità, come un uomo che si prende cura dei gatti randagi di un quartiere della città e i bambini che dipingono i muri grigi e fatiscenti. La gente ha quasi gli stessi toni di quelle pareti, eppure quei colori si riflettono su di loro e ci distraggono per un attimo dall’uccisione del conducente del bus, dove si trova lo stesso cameraman che riprende la morte in diretta.

Molto schietta la visione. Si resta senza parole, è un fatto. Proprio come tutto il corto che non presenta né dialoghi né musiche.

Il primo rumore che si sente è quello di una bomba, che esplode non lontano dalle riprese e poi diventa una colonna di fumo nel video. Intanto una famiglia scappa acquattandosi come fanno i gatti randagi, appunto.

Poi non si sa che fine fa. Come per il destino di tutti gli altri. Nessuna storia è seguita sino in fondo, se non quella del volto di Aleppo.

Il punto di vista cambia. Diventa quello del drone, forse metafora delle anime dei siriani morti tra le macerie, che si alza sulla città e cambia prospettiva, o chissà forse ci permette solo di vedere meglio tutti i punti possibili della città, che possono entrare nel mirino delle armi pronte a sparare.

Qui, l’arma è la telecamera di Alibrahim, che punta la vita della città alla pancia, mentre prepara il cibo. In questo caso, si mantiene bassa. E vediamo un fornetto nero che brucia con sopra un pane che si riscalda, come a dire che i potenti mangiano sulla città che brucia.

La metafora si autodenuncia come una visione quasi infantile perché rappresenta l’uomo, che durante la guerra, pur essendo adulto, sembra ritrovare l’ingenuità di un bambino. O si atteggia a bambino. Chi sa?

E ancora. Chi sa dirmi cosa si vede in quel totale in cui la telecamera riprende un bambino che da un corridoio scuro, va verso la luce? Sul corridoio si vede un’altra stanza scura con una finestra illuminata.

Beh, ecco. Vediamo Aleppo con le sue pareti dipinte dai suoi figli pieni di vita che vanno fieri e forti verso il futuro, attraversando un vuoto di ricordi sereni.

Il chiaroscuro di quel passaggio è quasi impercettibile, come la vista tra i corridoi della città dopo il bombardamento, dopo che abbiamo visto come gli abitanti di Aleppo ci hanno mostrato come si raffina artigianalmente la benzina.

Forse il regista ci sta dicendo, a modo suo, che dietro questa guerra ci son interessi economici a cui, in fondo, non parteciperemo mai?

Può darsi.

E per quanto non riusciamo a vedere la fine di questo conflitto che, come frattale, si moltiplica dando prova della sua natura nefasta nei nostri stomaci, così il docu-corto ci cuce sulla pupilla un’immagine di morte che quasi annulla tutto.

Tutto è schiacciato, compresso nel video, a distanza dalla percezione reale dei fatti.

La storia di Aleppo è un frame della storia della nostra vita, che scorre assieme ai titoli di coda di un film o di un telegiornale.

La visione integrale del documentario è possibile sulla piattaforma Festival Scope.

Veronica Pacifico

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Foto copetina su gentile concessione di Ali Alibrahim.

 

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