Abbigliamento Bio: non solo moda

Indossare capi in fibre vegetali come cotone bio, canapa, bambù diventa una scelta dalle molteplici sfaccettature.  La conoscenza della filiera produttiva tessile, dalla materia prima al prodotto finito, può delineare il discrimine delle nostre scelte nell’acquisto di abbigliamento.   

La ricerca di prodotti naturali non destinati ad essere ingeriti  potrebbe apparire un atteggiamento eccessivamente spinto verso il modus vivendi green, peraltro antieconomico rispetto ai tessuti utilizzati comunemente dal mercato dell’abbigliamento.

Vestire biologico, al contrario, significa decidere di inserirsi in un circuito virtuoso molto ampio, tale da non esaurirsi con il beneficio personale e del nostro pianeta, ma da influire sugli aspetti socio-economici dei Paesi coltivatori della materia prima.

Paradigmatico il cotone 100%, tessuto diverso dal cotone biologico.  Quasi tutta la produzione del cotone, pianta particolarmente vulnerabile agli attacchi parassitari, viene condotta con l’utilizzo di pesticidi chimici estremamente nocivi per la salute, dai contenuti plastici ed acidi: le molecole di tali sostanze vengono assorbite dalla pianta e trasmesse al filato. Osservando al microscopio la fibra di un capo recante l’etichetta “cotone 100%” si potrà scorgere un rivestimento plastico che impedirà la traspirazione della pelle costituendo una pellicola chimica per germi e batteri.

La coltivazione del cotone impegna il 2,5% dei terreni agricoli del pianeta, sui quali viene utilizzato il 10% della produzione totale di pesticidi chimici e il 22% del totale degli insetticidi. Inevitabile lo sconvolgimento degli ecosistemi, la contaminazione idrica, la riduzione della biodiversità negli ambienti coinvolti. L’erogazione sistematica di tali sostanze genera nei parassiti una graduale resistenza che costringe gli agricoltori ad aumentare via via le dosi e rafforzarne la concentrazione moltiplicando il danno ambientale.

I costi dei prodotti chimici destinati all’agricoltura impegnano mediamente il 60% dei ricavi di produzione degli agricoltori: destinati a crescere, generano l’impoverimento degli addetti e delle intere comunità di appartenenza.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio stima 20.000 morti e 3.000.000 di persone affette da problemi cronici di salute causati dall’uso dei pesticidi agricoli ogni anno.

India, Uzbekistan, Kazakistan sacrificano enormi quantità d’acqua per produrre l’”oro bianco”: il lago d’Aral è quasi prosciugato.

Il cotone biologico viene coltivato con l’ausilio di pesticidi naturali, tipicamente miscelando peperoncino, aglio e sapone. I predatori naturali dei parassiti restano lontani dalle colture garantendosi così il mantenimento dell’equilibrio numerico. L’utilizzo della “consociazione” (coltivazione di girasole o miglio negli appezzamenti circostanti) costituisce una difesa naturale contro gli insetti più voraci di cotone, impedendo di fiutarlo, nonché un ulteriore raccolto, fonte aggiuntiva di guadagno. La concimazione con materiali organici conferisce al terreno un maggior contenuto di humus che ne aumenta la fertilità e ne trattiene maggiormente l’umidità con conseguente minor impiego d’acqua.

Il tessuto di fibra di cotone biologico risulta traspirante e fresco da indossare.

Al pari della canapa, tra le fibre maggiormente ecocompatibili. La coltivazione non richiede antiparassitari e necessita di poca acqua. Il tessuto che ne deriva è particolarmente resistente, ha capacità di proteggere la pelle dai raggi UV e presenta  proprietà antibatteriche e antifungine date dall’impermeabilità della sua membrana cellulare. Non a caso molti tessuti speciali di impiego ospedaliero sono di fibra di canapa.

Analoghe proprietà godute dalla fibra di bambù. Una coltura che cresce velocemente e non necessita di pesticidi. Produce un tessuto forte, ottimo isolante termico: mantiene la pelle fresca in estate e calda in inverno.

Porre attenzione verso la “Green Fashion”, la moda “sostenibile”, significa rivolgere lo sguardo su un panorama ampio che dalle materie prime biologiche passa attraverso il commercio equo e solidale, produce benessere e tutela la salute del consumatore, favorisce il riciclo alla fine della vita del prodotto.

L’ambiente e la comunità di coltivazione, l’ambiente e la comunità di utilizzo e scarto del prodotto hanno un denominatore comune: la salvaguardia dello stesso pianeta e della medesima umanità.

 

Patrizia Indiano p.i.

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