Dalle parole alle immagini: tre versioni cinematografiche del monologo di Amleto.

“In una stanza della reggia […] escono Polonio e il re. Entra Amleto”. Poche e scarne informazioni nelle didascalie introducono il momento clou del testo shakespeariano: il famosissimo monologo “essere o non essere…”.

Esistono ben 31 trasposizioni cinematografiche dell’Amleto, con altrettante versioni del monologo che è stato in assoluto uno dei più citati, imitati e parodiati della cultura occidentale. Vediamo come il bellissimo soliloquio uscito dalla penna di William Shakespeare rivive sul grande schermo, attraverso tre tra le versioni più note ma anche più interessanti dal punto di vista formale.

Nel 1948, Laurence Olivier, dirige ed interpreta un Amleto psicoanalitico: lo porta fuori da quella stanza reale su una terrazza che si affaccia sul mare in tempesta, la stessa tempesta interiore che il nostro eroe sta vivendo, tormentato dai dubbi esistenziali sulla vita e soprattutto sulla morte. Nella sequenza la macchina da presa si muove fluida dalle onde del mare alla nuca di Amleto, ripresa dall’alto: l’inquadratura stringe sul capo di Amleto come se la cinepresa volesse entrare all’interno della mente del protagonista, ed infatti tra le immagini sfocate che si sovrappongono si può riconoscere distintamente, in un frame di pochi secondi, la forma di un cervello umano.

Nel 1996 è la volta di Kenneth Branagh, l’attore shakespeariano per eccellenza.  L’ambizioso progetto di realizzare una versione integrale dell’Amleto è evidente: 240 minuti di testo drammatico riportato parola per parola.  Letterale nel vero senso del termine. Ma se la fedeltà al testo è totale, tutto quanto vi è attorno (costumi, ambienti etc) lo è molto meno: Branagh si permette delle licenze quali l’ambientazione Ottocentesca, barocca e sfarzosa.  Il monologo, però, a differenza di quello recitato da Olivier, ritorna al chiuso delle mura della principesca reggia. L’elemento originale della scena è la presenza dello specchio, metafora, cara alle teorie psicoanalitiche, del doppio, ma anche della visione cinematografica e della visione tout court. Infatti nella scena non solo Amleto interroga se stesso guardandosi allo specchio, come per guardarsi dentro, ma dall’altra parte Polonio e il Re Claudio lo vedono, assumendo la posizione dei vouyer.

Hamlet 2000 (di Michael Almereyda) come recita il titolo stesso è la versione della tragedia aggiornata al nuovo millennio. Al posto di un palazzo reale c’è un Hotel, si usano i fax invece delle obsolete lettere, pistole anziché spade. La trama è sostanzialmente identica ma il famoso monologo è sottoposto ad un’operazione geniale: Amleto, qui interpretato dal bravissimo Ethan Hawke, si interroga sul senso dell’esistenza all’interno di un blockbuster, la catena di negozi di videonoleggio ormai scomparsi. Si aggira come un drogato in mezzo a VHS, stordito dalle immagini rumorose di action fracassoni.

Il contrasto tra l’elevatezza del testo drammatico e la volgarità consumistica del luogo è stridente ma in qualche modo quelle parole riprendono vita, esprimendo, ieri come oggi, il mal di vivere dell’uomo dinanzi all’impossibilità di rispondere sul senso della sua esistenza sulla terra.

 

In copertina Vanitas di Pieter Claesz

 

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