Non ricordo mai i titoli

 

Era una notte di mezza estate, non ricordo esattamente l’anno. Non ricordo esattamente la città.

Era di sera, era d’estate ed era lo spazio del cinema all’aperto. Tutto intorno erano palazzi e strade, la piazza taceva dall’ora del mercato.

Era una sera come le altre e io ero una donna come le altre a cui andava di fare qualcosa di diverso.

Il caldo si appiccicava addosso come la voglia di vivere e rendeva tutti i presenti in quello spazio un unico corpo che respirava voglia di distendersi e sorridere, voglia di piangere o di correre con la mente laddove nessuna paura prendeva posto.

C’erano cinquecento posti a sedere in quello spazio all’aperto e, sopra di esso, il cielo con le sue infinite stelle.

Ma il problema di contarle, quella sera, non si proponeva. Avevamo davanti agli occhi un grosso foglio di luce che ci persuadeva e ci seduceva con le sue immagini mute. Il foglio, lo schermo dello spazio cinema, non trepidava come le foglie sul prato che ci circondava.

Non c’era alito di vento, è vero, eppure di tanto in tanto, quelle foglie si rincorrevano e facevano pensare all’autunno fresco ed accogliente della nostra città profumata.

Attorno a noi, non una macchina a rovinare la scena di noi attori che dinnanzi allo schermo illuminato parevamo bellezze al bagno che come inebetiti dalla luce, prendevamo il sole.

I nostri occhi erano spalancati e curiosi, argentati come in una festa. Una festa su un prato, la nostra. Una festa sulla spiaggia che finisce all’alba, ma soprattutto una festa del cuore pronto a ricevere in dono un altro sogno che il cinema sa dare.

I posti a sedere non erano tutti occupati, così, si aspettava l’arrivo dei più che con la pancia piena venivano dalle proprie case o dai ristorantini lì intorno.

Altri, come me, avevano lo stomaco vuoto e si guardavano attorno per capire chi era tanto sensibile da ascoltare i suoni provenire dalla pancia.

Il mio corpo era un altro luogo pronto a ricevere sensazioni che di lì a poco, sarebbero diventate mie e mi avrebbero nutrito.

Sentivo la saliva seccarsi in bocca e mi leccavo le labbra quando inizia a vibrare la terra.

Un attimo di buio, poi di nuovo la luce.

Si diceva che fu Storaro a curare la fotografia di quel film. Come si chiamava? Non ricordo il titolo.

Non ricordo mai i titoli.

Ah, si. Il conformista. Le mie labbra semi umide rifacevano il verso del nome dell’autore, Bertolucci.

Ricordo che si diceva nel film che il tempo per le riflessioni era finito, e che era tempo per l’azione.

Io non ho mai capito bene cosa intendesse dire, soprattutto perché ero stata seduta lì un po’ di ore per pensare, per lasciarmi avvolgere dalla eleganza di quella pellicola.

Di tanto in tanto, mi guardavo attorno e mi chiedevo. A chi interesserà davvero di un uomo che oltre a tradire la moglie, si finge antifascista?

È possibile che queste persone provano le stesse cose che provo io? L’emozione dinnanzi a quel campo e controcampo, verso la fine, fatto con un piano sequenza? Ma perché non aveva staccato la ripresa come fan tutti? E perché io ero lì che vedevo i film e commentavo ogni singola azione di tutti?

La mia responsabilità, del resto, non era così importante. Io ero solo una spettatrice. Non venivo da alcuna parte di rilievo, né sarei andata chissà dove. Nel film si diceva che ‘tutti voglion esser diversi dagli altri’… ma io vedevo solo persone sedute a bocca aperta illuminate da uno schermo. Le nostre menti, per un attimo, si erano svuotate dai pensieri di ogni giorno, di ogni attimo forse.

Di fronte a quella luce che batteva pragmaticamente sul volto di ognuno, splendeva la libertà di non essere vittime del proprio raziocinio.

E un sorriso di tanto in tanto, affiorava sulle bocche di un uomo o di un qualunque altro adulto.

Eravamo bambini che giocano nell’acqua in riva al mare, alla luce del sole.

Eravamo lettori di testi mai spolverati nelle biblioteche.

Eravamo figli e figlie che scartavano regali e sfogliavano fotografie sotto lo sguardo innamorato dei genitori, in famiglia.

Io non sapevo scattare le foto, ma una volta mi son rotolata su quel prato con il mio primo amore. Nel film diceva proprio così.

Sotto in cielo stellato mi era salito questo ricordo che mi stringeva il ventre così forte, che iniziai a piangere.

E come le lacrime, non potevo recuperare l’odore di quell’uomo che mi donò il suo ardore.

Che tristezza ricordarlo. E che piacere piangere. Che piacere piangere. Che piacere piangere.

Non riuscivo a frenarmi, quando ad un tratto tolgo le lacrime e alzo gli occhi.

Un attore era lì che indicava quanto fossero alte le statue, con il braccio alzato e la mano che sembrava una paletta.

E la luce, proiettava un uomo che faceva il saluto fascista.

Nel tempo è diventato fuorilegge fare una cosa del genere. E forse lo era anche nel film perché si diceva che a volte si vedono solo le ombre di ciò che diciamo.

Lo spazio all’aperto era diventato come quella caverna in cui è proiettata l’ombra.

E solo la luce dello schermo in quella piazza avrebbe potuto giocare con le nostre sagome e proiettare delle ombre.

Ad un tratto, una ventata piuttosto inaspettata, arrivò tra la gente. E tutti si mossero per proteggersi, ma poi da cosa?

E le loro ombre disegnavano forme sui sanpietrini in terra che parevano le forme dei quadri di Keith Haring. Eh..

Ecco cosa successe quella notte, come in tutte le notti quando si guarda un film! Mi dissi.

Noi avevamo fatto una radiografia della nostra anima! Ecco perché eravamo seduti lì ad aspettare come in sale d’attesa.

Moribondi, eravamo arrivati in una piazza a vedere il film e tutto quello che la pellicola proiettava, ci portava via un pò del male che avevamo accumulato.

Scoppiai a ridere, mentre tutti erano seri. Tirai un colpo di tosse per darmi tono. Ma poi accesi una sigaretta perché non sapevo starne senza. Sbuffai dell’aria e quella si perse su quel mare di volti ripresi.

Un uomo seduto sulla mia sinistra, mi sorprese quando mi disse che anche lui avrebbe voluto accendersene una, e così fece.

Non fece in tempo a cacciar fuori l’accendino, che tirai fuori il mio.

Mi guardò negli occhi e mi disse che un’attrice del film, Stefania Sandrelli, era bellissima. Non dissi niente. Strinsi le cosce.

Lo guardai e mi persi sul suo volto. Aveva il volto lungo, sopracciglia folte e nere. Gli occhi erano vivi e scuri, profondi. Portava un cappello a falda, mi ricordava qualcuno.

Mi guardò la mano in cui impugnavo la sigaretta, disse che tremavo.

Io tirai dalla sigaretta dell’aria calda e gli sorrisi.

Il fumo si alzava nel vento.

Ad un tratto, ecco i titoli di coda. Che emozione guardare quelle scritte scorrere sullo schermo che ora era nero.

Le leggevo con attenzione. Poi buio.

L’applauso.

Sul palco era salito un uomo che ringraziava il pubblico di essere presente.

Scoppiai a ridere, mi voltai verso l’uomo con gli occhi scuri per dirgli qualcosa.

Non c’era più.

Feci un’espressione come di dolore mentre il pubblico rideva alle battute del presentatore.

Questi si accomiatò e tutti s’alzarono applaudendo.

Mentre si allontanavano, chi trascinandosi le sedie, chi sbattendo le proprie gambe contro le mie, io restai seduta a guardare il cielo.

In quell’infinità oscurità mi ero trovata di nuovo sola. Mi alzai, mi sistemai il vestito bianco e nero che avevo scelto per l’occasione, e mi diressi verso il prato su cui un giorno feci l’amore. Mi tolsi le scarpe, camminai a piedi scalzi per sentire l’erba.

Mi girai verso lo spazio del cinema all’aperto e non erano rimaste che sedie vuote ad ascoltare le musiche di sottofondo del film.

Come di tradizione, ogni estate tornavo in quello spazio a sognare ed anche questa volta, il cinema, non mi aveva deluso.

Una volta a casa, lontano dal centro, socchiusi le persiane delle finestre della cucina.

Presi un bicchiere d’acqua ghiacciato e mi sedetti.

In penombra, guardavo fuori. Sudavo tanto e mi spogliai. Restai senz’abiti, coperta solo dalle persiane.

Da fuori entrava solo il rumore delle macchine e dei clacson. Qualche volta una sirena, mentre il vociare delle persone era costanti.

Non entravano voci appassionate di attori, né sparatorie o inseguimenti. Non una musica.

Pensai a tutti coloro i quali avevano criticato lo spazio cinema per il rumore assordante che spalmava nel quartiere.

Afferrai una sigaretta. Ad ogni sbuffo corrispondeva un suono all’esterno.

Provai ad associare a ognuno di questi, un film. E lo spettacolo ci fu davvero.

Smisi di sudare, spensi la mia sigaretta, finii la mia acqua.

Non accesi alcuna luce per muovermi in casa.

Una volta in camera mia, tirai via le lenzuola bianche e profumate e sprofondai in un sonno sincero.

 

Veronica Pacifico

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Foto: www.pexels.com, Licenza CC0.

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