Euripide è morto. E viva Euripide

La tragedia nel contemporaneo e il contemporaneo nella tragedia

Testo a fronte e metrica: noi al liceo Ginnasio, Euripide, Sofocle ed Eschilo li abbiamo studiati così sulle antologie. Non erano le parole che conoscevi a guidarti, era proprio quel ritmo dei versi a calarti in un’atmosfera, a farti sentire dentro la scena. Ho visto anche rappresentazioni a teatro dal classico in costume all’adattamento ma, la cosa che mi ha sempre sorpreso e  sorprende è come si facciano gli adattamenti: si rendono contemporanei i costumi, i tempi, le scene, e magari anche il testo riadattando la storia, ma non si è mai scelto di mantenere quella potenza della parola che vive nella metrica.

Ma questa è un’altra storia

Ti voglio parlare invece di un caso specifico, un esempio per tutti, che “casualmente” mi ha spinto a riflettere sulla tragedia e il contemporaneo: Le Baccanti di Euripide.

Ma partiamo dall’inizio

Euripide e la tragedia, per i più un binomio inscindibile, forse anche grazie all’appellativo di “più tragico” (traghikotatos) degli ateniesi che Aristotele usa per definire l’autore nel XIII della Poetica.

Ricordo che in questo caso l’accezione di “tragico” non è quella più comune greca di solenne, ma più aderente al contemporaneo per i suoi finali altamente drammatici e violenti.

In Euripide si rivela tutta l’inadeguatezza umana nel riconoscere il giusto: nelle Baccanti questo concetto viene più volte ripetuto, sia nel dialogo tra Tiresia, Cadmo e Penteo, sia nel monologo del servo, sia nelle parole di Dioniso/straniero della Lydia.

L’uomo comune/eroe va contro le regole, non riesce a volgersi verso il giusto, perpetra la sua strada, seppur avvisato, seppur messo di fronte ai miracoli, all’evidenza.

Penteo lotta da razionale contro l’irrazionale, contro lo sconosciuto Dioniso, ma è una lotta impari, quella di un uomo contro un dio e contro la curiosità e l’istinto. La doppia natura del dio e la duplicità dell’uomo che tenta invano di assoggettare la natura e l’istinto alla ragione.

Nonostante ciò mi chiedo come e cosa venga recepito della tragedia oggi (in particolare di questa opera di Euripide), quali meccanismi e riflessioni, intesi non come elaborazioni razionali date dalla conoscenza dei riferimenti intellettuali, che come rispecchiamento dell’anima si innescano in uno spettatore.

A una prima analisi sembrerebbe che oggi tutto passi attraverso questa elaborazione dei contenuti e non su base istintuale che era invece la componente fondamentale per il successo di una tragedia durante la rappresentazione nelle Dionisie (il probabile successo, all’epoca di questa tragedia è il fatto stesso di essere una dedica al dio delle solenni celebrazioni).

Ed è sempre Aristotele che mi viene in soccorso: il senso del tragico è contemporaneo, ciò vuol dire che è strettamente legato alla cultura che lo genera e al tempo, quindi l’eroe non è una ricostruzione storica, ma rappresenta l’uomo “un uomo come noi”.

E’ quindi questo il nodo secondo Aristotele “il grande teatro deve essere contemporaneo nei pensieri e nei sentimenti, ciò lo rende immediato nel suo impatto con il pubblico”. Forse per questo le rappresentazioni, seppur ricche di fascino storico, non coinvolgono più così la pancia, mentre le riscritture contemporanee hanno un’irruenza pari probabilmente a quella che il testo originale aveva per un cittadino dell’epoca.

la scelta africana del contemporaneo
Il drammaturgo presso CDH – Comissão de Direitos Humanos e Legislação Participativa

Un esempio fra tutti è la riscrittura delle Baccanti del premio Nobel per la Letteratura Wale Soyinka, (drammaturgo nigeriano) che insieme ai suoi colleghi africani afferma che lo stile teatrale greco e quello africano precoloniale hanno caratteristiche comuni. Tra queste l’essere rappresentato all’aperto in contesti comunitari, la religione panteistica, la presenza del coro e della musica nella drammaturgia. Inoltre sottolinea la scelta della drammaturgia teatrale, forma più sociale del romanzo, che ha la possibilità di arrivare a un pubblico più ampio e rappresentare un veicolo di critica sociale contro i regimi totalitari, senza incorrere nella censura, poiché dotata di uno spazio temporale epico fuori del tempo.

Soyinka esiliato a Londra come Euripide in Macedonia, uno che critica le scelte politiche e sociali a seguito delle guerre coloniali, l’altro quelle del Peloponneso (V sec. Sparta contro Atene).

La riscrittura di Soyinka prevede l’ambientazione a Tebe ma inserisce oltre il coro delle baccanti anche il coro degli schiavi e la figura del capo degli schiavi; inoltre il Dioniso liberatore che in Euripide è vendicativo quasi alla follia e altamente distruttivo, nell’autore nigeriano è pacificatore delle diversità e risanatore, rigeneratore.

In ultimo vorrei riportarvi uno stralcio degli appunti di scena di questa versione “Più in fondo, fra le quinte, una tettoia fissata al muro, un’aia. Una nuvola di fieno e, in trasparenza, indistinte figure di schiavi che battono il grano. L’odore e il sudore del raccolto”.

Appena l’ho letta è rivenuta subito l’immagine della messa in scena di Daniele Salvo al Teatro Vascello di Roma con il coro dietro il telo di proiezione, una delle soluzioni sceniche più indovinate e suggestive dello spettacolo che mi sono suonate come citazione del grande drammaturgo africano.

Quale futuro per il passato?

Credo che l’uso delle proiezioni, oggi molto presenti nel teatro contemporaneo per sostituire in parte le scenografie e l’interazione con esse, sia molto interessante; infatti le nuove tecnologie riescono a ricreare, attraverso immagini e suoni, quell’impatto emotivo che altrimenti il testo non è più in grado da solo di esprimere.

La domanda con cui ti lascio è : può l’ibridazione delle opere, non solo dal punto di vita testuale, ma anche mediale,  rigenerare il classico delle opere antiche?

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