Ho Perso il Cellulare

 

Ho perso il cellulare, lo starò cercando da tre minuti ormai, ma non ho un orologio in grado di darmene certezza. Nel buio della stanza agito le mani alla ricerca del tavolo, il telefono deve essere lì sopra.
Finalmente guadagno un punto di riferimento, ma spostando la mano sulla superficie, mi taglio con qualcosa; la mia solita sfiga. Sento il sangue scaldarmi l’indice: maledetto taglierino. La prossima volta, dopo aver aperto un pacco di Amazon, ricorderò di chiuderlo, forse.
Non è questo l’importante però, una goccia rossa sta scivolando sulla mia mano ed è pronta a schiantarsi al suolo. La pallida luce lunare ne illumina appena i contorni. Non saprei come pulire il tappeto e, nella speranza di non macchiarlo, avvicino le labbra al palmo. Il sapore di ferro è insopportabile, quindi chiudo il pugno, nella speranza di non ripetere l’esperienza.
Poco male… avere due mani libere mi dava una strana sensazione, non mi dispiace tornare alla normalità.

Aristotele definiva il silenzio come il rumore dell’universo, solo ora capisco cosa intendesse.
Mi manca il silenzio delle mie cuffiette. Il mio silenzio è morto, rimpiazzato dal fastidioso stridio dei miei pensieri. Come nei peggiori cartoni animati, dipingono nella mia testa l’immagine di ingranaggi poco oliati, messi a dura prova dal nulla.

La differenza tra zero e quasi zero è infinitamente grande.
Ciò che è poco rilevante, ma che almeno È, mi garantisce un’occupazione sicura e tranquilla.

È il nulla padre di questo delirio, che mi vede contemporaneamente perso e scrittore del nulla sul mare di nulla. La speranza dell’artista è quella di creare; lo scultore ruba alla materia, sottrae al marmo. Il pittore opprime la tela, rendendola schiava del suo colore. L’idea si fa essere, si concretizza nell’arte. Il mio pensiero rimane iperuranico, perché non ha al di fuori di me, è privo di supporto. È etereo, incoerente e scostante. Non è nello spazio. Il mio pensiero si disperde; la logica, il mio filo di Arianna, mi scivola dalle mani. Forse l’ho anche macchiato di sangue.

Mi sono perso e per un attimo ci ho creduto. Sono stato a disagio perché sporco, viscido, puro, vivo. Che bello il nero; assorbe tutto. Assorbe il mio pallore, la mia confusione. Sono in un luogo dove non posso altro che essere, senza fuori o dentro, alto o basso, giusto o sbagliato. Ero, e sono, osservato attraverso vetri e schemi che mi segnalano come disperso. Strati di carta velina vengono sovrapposti a questo foglio nero, innalzando muri di parole che solo ora posso ignorare.
Perso è solo chi è convinto di avere spazio. Io sono spazio. La sublimazione dell’Io è fisicamente manifesta nel fluttuare del mio Es.
Ciò che era solido non è mai stato così certo e consapevole di sé. Non ho dove nascondermi ne nulla da nascondermi. Non ho necessità di farlo e, quindi, non devo più mostrarmi.

Sono al di fuori della materia, dallo scontro tra morale e tempo, sono dove etica e biologia si fondono, sono Io. Sono Io in tutte le mie maschere, l’una sopra l’altra, che è Una uguale all’altre. Dove non c’è luce, la prospettiva non ha gioco. Ciò che è illuminato, adombra; dove non c’è luce, tutto è chiaro.

Tutto questo perché ho perso ciò in cui mi proiettavo al di fuori di me. Ciò che mi toglieva la necessità di scrutarmi dentro. Per un attimo ho smesso di assecondare l’accettazione sociale dell’alienazione di massa. L’attimo più lungo della mia vita.

Mi sono ignorato, rinchiudendomi in due dimensioni. Non per paura chi sarei potuto essere, ma terrorizzato dal giudizio di altre proiezioni, tutte intorno a loro stesse. Una serie di istantanee bugiarde che, maggiormente sicure del loro (non)essere, riuscivano ad impormi il loro giudizio. Un parere basato sulla costante ricerca di un proprio riflesso.

Ora so che chi non è spazio, ne è alla costante ricerca, a discapito di chiunque si trovi sulla sua strada. Chi cerca spazio non deve appiattirmi, perché non si prenderà comunque la briga di guardarmi dentro.

Tommaso Di Stefano

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Immagine di copertina Smartphono Ergo Sum del utente Flickr Ulisse Albiati usata con la licenza CC BY-SA 2.0

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