La gente ama la violenza

La gente ama la violenza, rallenta agli incidenti stradali per vedere se ci sono morti, ed è la stessa gente che dice di non amare la boxe. Ma non ha neanche idea di che cosa sia.

La violenza in rapporto complementare con la sessualità e filiale col caos. Ma basta un po’ di silenzio e ogni cosa si ferma nel suo luogo reale.

Il colpo che arriva con un movimento elegante e fluido, il naso che esplode con un secco rumore sordo, in nuvole cremisi; l’ebbrezza del dominio e dell’imposizione, superiore a qualunque altro tipo di rapporto.
Passione animalesca, glorificata e ripudiata.
Censurata e ostentata.
La lotta è molto più che il solo divertimento goliardico, è trance di sudore e corpi che si avvinghiano cercando comprendere le volontà del altro.
Non è un passatempo ludico.
È estasi sessuale.

“C’è un’estasi che caratterizza il culmine della vita e oltre la quale la vita non può innalzarsi. E il paradosso di vivere è tale che questa estasi arriva quando si è sommamente vivi e viene come un totale oblio dell’essere vivi. Questa estasi, questo dimenticarsi di vivere, viene all’artista fuori di sé colto da una vampata di passione; viene durante la battaglia campale al soldato pazzo di guerra quando rifiuta la tregua; e venne a Buck alla testa del branco mentre faceva risuonare il vecchio grido del lupo, teso a inseguire il cibo ancora vivo che fuggiva rapido davanti a lui sotto la luna. Stava scandagliando le profondità della sua natura e di parti della sua natura ancora più profonde di lui, le stesse che risalivano nel grembo del Tempo”

Lo diceva London molto prima di Palahniuk e David Fincher in Fight Club, quello con Brad Pitt. Avrei voluto citare qualche film che dicesse qualcosa di più originale, ma c’era un problema.

Qualche tempo fa ho fatto una grande scoperta:
non esistono film Per la lotta o le arti marziali!

Esistono film Con i combattimenti o Sulle arti marziali.

Di solito sono metafore: scuse per mostrare complessi aspetti del nostro carattere o primitive reazioni di tenacia contro le difficoltà; oppure gioco e goliardia, un bisogno dionisiaco di uscire dal nostro mondo di formalità con una reazione purissima.

C’è Scorsese che parla di redenzione, Stallone che racconta gli ultimi…
C’è la tradizione dei film di Hong Kong, brutti come una donna che ti scrive “dobbiamo parlare”, ma con una cura chirurgica nei dettagli degli stili del Kung Fu.
Ci sono i Thailandesi, brutali e sanguigni, ma non è diverso da un film di guerra.
C’è il miglior film d’azione di sempre: The Raid, ma ci interessa se quello che vediamo è Silat o Kali o un vago menare?
Wong Kar Wai e Ang Lee hanno provato a raccontare il carattere dei personaggi tramite il loro stile… sì… qualcuno ci ha capito qualcosa?

Ci fu Bruce Lee…
ah Lee, cambiò tutto. Studiare il combattimento non era più un ripetere rigidi schemi da memorizzare; era flessibilità, adattamento. Allenare a controllare il proprio corpo non per imporre un dato movimento ma per fluire costantemente dietro al altro. Da qui è nata la moderna difesa personale e le arti marziali miste.
Il suo ultimo film avrebbe dovuto celebrare proprio questa idea, grazie alla quale avrebbe sovrastato uno ad uno tutti gli stili certosini (chi di calci, chi di pugilato ecc) e persino l’immensa e soverchiante America.
Ma “L’ultimo combattimento del Chen” uscì postumo e orribilmente mutilato.

Il primo corto di Kubrick fu The Day Of The Fight e da allora ha sempre cercato di raccontare la violenza, così come Miike e Park Chan-wook hanno cercato di sublimarla. Ma essa si esplicita nella depravazione del quotidiano, la lotta e le risse sono parentesi che si potrebbero estrarre dal film e prenderle a parte. I loro combattimenti sono un’estetizzazione della violenza, crudi, ma mai credibili.

Il fatto è che gli scrittori più sottili e arguti sono molto bravi a scandagliare l’animo umano ma non sanno cosa si prova a voler risalire in piedi quando respirare fa male e la vista si annebbia. Non lo sanno e più di ogni altra cosa, non sanno perché si possa volerlo.

D’altronde, chiedere a un ragazzino tailandese, di spiegare perché riesca a seguire il buddismo, e distaccarsi dalle tribolazioni quotidiane, ma anche a colpire un altro uomo con calci e gomitate è… beh, altrettanto complesso.

Io non sono da meno.
Ma posso imbrogliare.
Sì, perché c’è un film che potrebbe smentirmi, uno con pochissimi combattimenti e tutti molto noiosi. Ma tutta la storia è un enorme combattimento ed è seguendone l’evoluzione che vorrei fargli raccontare al posto mio.

Il film comincia, come questo articolo, nel modo in cui iniziano tutti a studiare come si fa alla lotta: da qualcun altro. Qualcuno di bravo.
Quindi ti alleni, e non hai una forma e potresti andare in qualunque direzione. E poi tu e il film scegliete un genere, uno stile, ci entrate pian piano, in modo naturale. Quando hai trovato il tuo stile, dopo gli allenamenti c’è lo scontro.

Al dolore segue l’estasi. L’adrenalina che sale assieme alla fatica.

Ma non è la vittoria a glorificarci, è la lotta.

È per questo che Psiche e Minosse sono miti classici, ma Achille e Sansone sono eroi epici. Più sono dolorosi i colpi, più la vittoria è gloriosa.
Ma è anche per questo non può che finire con la solitudine, perché nessuno è più solo al mondo di un pugile al tappeto.

Million Dollar Baby è forse l’unico vero film sul combattere.
È il suo stile di narrazione che mostra tutto questo, molto più che le scene d’azione o le parole che stai leggendo.

“Se c’è una magia nella boxe è la magia di combattere battaglie al di là di ogni sopportazione. Al di là di costole incrinate, reni fatti a pezzi, retine distaccate.
È la magia di rischiare tutto per un sogno che nessuno vede tranne te.”

Sempre lei.
Quella vecchia storia di persone con i nostri stessi pregi e difetti, che diventano straordinarie grazie alla vittoria, sì, ma epiche grazie al agone.

Oggi sotto l’elmo delle Arti Marziali si fa cadere un po’ di tutto. Anche elementi e pratiche contraddittore. Io, se la semantica non è un’interpretazione (ma lo è), preferisco tornare al nome.
Arte indica raffinare. Portare la tecnica alla perfezione per poi piegarla e liberarsene e portare l’intimo estro alla bellezza condivisa.
Marziale è tutto ciò che deriva dal dio romano Marte, che come Ares, non era tanto il signore della guerra in toto, ma degli scontri, della parte più esplicita e sanguigna. C’è un aspetto che mi piace molto di più però: Marte supera la sua controparte Greca perché non era un mero difensore degli uomini, ma prima di tutto un padre. I Romani erano figli di Marte e lo veneravano anche come latore di pioggia e protettore armato dei campi, come Marti conservatori (protettore), Marti patri (padre), Mars ultor (vendicatore), Marti pacifero (portatore di pace), Marti propugnatori (difensore), Mars victor (vincitore).

<<Ci sono cose che la gente non vuole accettare. Parlare di boxe è parlare di rispetto, cercando di ottenerlo per se stesso togliendolo all’avversario.>>

L’artista marziale non è un uomo inteso come maschio, non banalizziamo. No, ma lui o lei deve incarnare tutte le virtù che classicamente associamo al “uomo vero”.

Forse questa è l’unica forma di arte al mondo in cui lavoriamo solo su noi stessi, solo per rapportarci agli altri.
La tempra del mio corpo è misurata solo dalla relazione con i colpi altrui.
La mia possibilità di impormi deriva dalla capacità di adattarmi al altro.

Lo sculture si esercita per realizzare la statua più bella possibile.
Il musicista per riprodurre il suono più perfetto.
L’artista marziale è il Solo a lavorare Solo su sé stesso… Solo per rapportarsi ad un altro.

“Frankie amava ripetere che la boxe era qualcosa di innaturale; che nella boxe si fa tutto al contrario. A volte per tirare un colpo vincente bisogna arretrare. Ma se arretri troppo non combatti più.”

Se nuoto o muovo un bilanciere, cerco di spingermi più forte possibile.
Esisto solo io.
Se gioco a tennis, esistiamo solo io, il mio avversario e la pallina.
È con lei che mi relazionerò per cercare di portarla dove l’altro è troppo lontano.
Se gioco a calcio, posso fintare o tirare ma la squadra cercherà di avanzare quando andrò bene o recuperare quando non ci riuscirò.
Perché sarà lei a vincere o perdere.
Io non esisto.

Una delle impressioni che più mi hanno stupito nel combattere, era quanto tutto ciò fosse intimo. È un dialogo dove entrambi abbiamo letto quel che potevamo e ora cerchiamo di rispondere alle argomentazioni del altro. Adattarci a cosa dice fino ad avere ragione solo io.
Ma non è un dialogo a parole, e nemmeno a colpi se per questo.
Sono sensazioni.

Le prime immagini che mi vengono in mente, se mi penso a lottare, sono i 2: Tap Tap consequenziali, di lui che fa un passo a destra e io veloce che ne faccio uno a sinistra. Un colpo che va in alto, io che mi piego in basso e il flusssh leggero sui miei capelli mossi dall’aria.
Un istante.
Un suono primitivo di rabbia.
Il fiato che manca.
La sagoma che torna a mulinare verso l’alto e io che stringo i denti e avanzo con tutto quello che ho, forzandomi per non chiudere gli occhi sapendo quel che sta per succedere.
L’impatto secco sul mio petto ma in quel solo, perfetto, momento anche quello della mia mano sul suo mento che cede.

“La boxe è qualcosa di innaturale, perché si fa sempre tutto al contrario. Quando vuoi spostarti a sinistra, non fai un passo a sinistra. Spingi sull’alluce destro. Per spostarti a destra, usi l’alluce sinistro. Invece di allontanarti dal dolore, come farebbe qualunque persona sana, gli vai incontro. Tutto nella boxe funziona al contrario”

L’altra cosa che mi viene in mente è lo specchio.
Ore passate a cercare di colpire me stesso.
Ore passate  a proteggermi.
Osservare ogni più piccolo mio difetto, immaginarmi costantemente superiore e odiarmi per non essere mai riuscito a riflettere un’immagine migliore di quella che mi toccava sopportare.

Questo, più di altri, conviene mostrarlo che raccontarlo:

Il pittore cerca di dipingere quadri sempre più belli. Lo sculture di tirar fuori l’anima intrappolata dentro la dura pietra.
Il combattente cerca di colpirsi e di schivarsi.
Solo davanti a sé stesso.
Sempre.
Finché un movimento non divine naturale, fin quando ogni passo non diventa uno spostare il peso da un piede al altro, ogni gesto quotidiano è composto e conosci sempre come si sta muovendo ogni grammo del tuo corpo.
Vai a scomporre ogni parte di te stesso solo per metterla in rapporto con l’altro.

Allora è vero che non esiste nessuna altra arte al mondo.
No, esiste.

Nel film e negli incontri, i momenti più intimi sono avvolti nel buio, quelli più concitati, sotto i riflettori.

Poche cose sono state appropriate e banalizzate come il medaglione Taoista dello Yin e Yang, ma l’idea di due mondi non solo opposti e simmetrici ma soprattutto complementari, con un po’ del uno dentro l’altro, ci aiuta.
Quella complementarietà tra momenti di silenziosa violenza ed estrema tenerezza.

Le Arti Veneree sono lo specchio con cui si misurano le Arti Marziali.
La seduzione… la danza… il sesso…
Tutto ciò che riguarda il lavorare costantemente sulla nostra mente e il nostro corpo, Solo in relazione al altro, e Solo allo scopo di prendercene cura.

Due ballerini in una sala, dal tango al valzer, dovranno tenere un contatto costante con l’altro perché, senza parlare, sanno che su uno si muoverà con il piede sinistro in avanti e la spalla destra in dietro, l’altra farà un movimento identico e speculare.
Fategli fare lo stesso movimento con le mani in guardia e non sarà un passo di bachata ma di pugilato.
Con il petto largo, il peso al centro che si sposta a destra e sinistra e le spalle aperte, il bounce del hip hop segue gli stessi gesti del Judo. Le gambe che si slanciano verso l’alto in gesti eleganti e rapidi mentre il busto bilancia e le braccia sono inamovibili, ho descritto la danza classica o il Taekwondo?

Se il coraggio e l’ardore erano esaltati, le Arti Veneree sono sempre state considerate una debolezza se non una depravazione.
Il sesso una cosa sporca, da non menzionare e da lasciare al privato, al buio.
La grazia, un atto femmineo (quindi, in chiave storica, non virile); la gentilezza, una fragilità.

Oggi, nel sentire quotidiano, avviene il contrario.

L’imposizione cede il passo alla condivisione.
La forza non è una virtù e il dover essere tutelati diventa un merito.
Il sesso va esplorato e manifestato, l’aggressività repressa.
Il politicamente corretto rimpiazza la bacchettoneria.
La violenza non ha scopo e quindi non ha giustificazione.

Saper combattere non è sempre stata una virtù in tutte le culture, specie nel ‘900, ma si aveva la percezione che se a volte l’alternativa alla lotta poteva non essere migliore, valesse la pena almeno potersi mettere nella condizione di poter scegliere.
Questo lo capisco.

Un altro aspetto, nel mondo del combattimento che appare barbaro e primitivo, è che il suo fascino risiede nel fatto che… lo è.
Fa parte di noi quanto l’istinto sessuale.
Questo lo rispetto.

Lo abbiamo detto: la ragione per cui Eastwood è riuscito a raccontare la lotta meglio di chiunque altro è perché non sono gli incontri mostrati ma è la storia stessa che la mette in scena.
C’è una ragione precisa: ogni fase di una lotta e delle trama, sono scandite da un lungo primo piano di un protagonista, dove vi è una cosa e una sola: il silenzio.
Io non riesco a parlarne in un altro modo, migliore di quello.
Il silenzio non si può dire.

<<Il corpo sa quello che i pugili ignorano, cioè come proteggersi. Un collo può torcersi fino a un certo punto, se si torce anche solo un poco di più il corpo dice “Ehi d’ora in poi ci penso io, visto che tu non sai quello che stai facendo. Stai steso, adesso. Riposati e ne riparliamo quando avrai ripreso conoscenza”. Lo definiscono il meccanismo del knock-out. Tutti i pugili in un modo o nell’altro sono dei testardi, alcuni di loro sono convinti di saperne sempre più di te.  In verità anche se hanno torto marcio, anche se insistere può portarli alla rovina, se non tengono il punto fino alla fine, allora non sono dei veri pugili.>>

Vi è un momento in cui il tuo corpo ha superato la soglia della stanchezza, ed è avvolto nel torpore come una coperta troppo stretta.
Percepisci che è tuo solo per i punti in cui provi ancora dolore.
– Tum
– Tum
– Tum
Il cuore pompa il sangue come un cannone e lo senti preme dietro alle orecchie, sotto il caschetto, e hai la sensazione che questo potrebbe esplodere da un momento all’altro.
L’unico suono che riconosci è il tuo fiato; ti sembra un’auto vecchia che fatica a salire.
Tutto intorno a te è solo brusio.
È la sensazione di quei pochi momenti che separano il frenetico dalla paura e in cui tutto è chiaro.
Poi torna il caos.

– Matteo Merolla

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Le foto a colori sono prese dal sito pixabay.com
La foto in bianco e nero è di Matteo Merolla

Un pensiero riguardo “La gente ama la violenza

  • 10 luglio 2017 in 22:50
    Permalink

    Complimenti per la trasposizione delle sensazioni e delle reazioni emotive del combattente. interessante il concetto di ying e yang che pur opposti si completano perchè hanno uguale forma. Anche la chiarificazione che un combattente può essere perfettamente dedito all’amore del prossimo in quanto non è attratto unicamente dal trionfo ma dalla sfida che esalta le sue potenzialità. Una lettura molto piacevole!

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