La Grande Barriera Corallina: storia di una morte annunciata

Con un’estensione di oltre 2300 km, per una superficie di quasi 350 mila kmq, quella australiana, meglio nota come Great Barrier Reef, viene considerata la barriera corallina più grande e affascinante del pianeta, visibile addirittura dallo spazio e dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1981. Da molti definita come un unico grande “organismo vivente”, si compone in realtà di migliaia di singole barriere coralline contigue e da quasi un migliaio di isole.

Le barriere coralline sono ecosistemi complessi in continua crescita, costituite da strutture calcaree prodotte da miliardi di minuscoli organismi, i coralli, che organizzati in colonie, danno vita a vere e proprie costruzioni dalle  forme e dai colori più disparati.

Proprio la loro particolare struttura protettiva, che addolcisce le correnti e offre grande quantità di cibo, rende le barriere coralline l’habitat ideale di un’infinità di specie, vegetali e animali. Infatti, pur coprendo solo lo 0,015% della superficie globale degli oceani, le barriere coralline ne rappresentano da sole il 25% della biodiversità totale. Purtroppo, però, da oltre un ventennio ormai, la loro sopravvivenza è messa in serio pericolo dalle attività dell’uomo.

Un recente studio del Prof. Terry P. Hughes, pubblicato su “Nature”, afferma che solo nel 2016 il 22% dei coralli australiani sono morti in un solo colpo, mentre addirittura il 90% di essi ha subito lo sbiancamento, fenomeno sì transitorio, ma che allarma molto la comunità scientifica internazionale perché sta a indicare il grave stato di sofferenza in cui versano i coralli sottoposti a grave stress da calore.

Pare che ultimamente lo sbiancamento avvenga con una certa ciclicità e che sia causato da fattori naturali ma soprattutto antropici, come il rapido aumento della temperatura superficiale del mare, che indebolisce i coralli, e l’inquinamento delle acque. Dal 1998 siamo di fronte al terzo sbiancamento di massa, tanto che pare che appena il 9% della Great Barrier Reef sia riuscita a evitarlo.

Per vivere e svilupparsi, i coralli necessitano infatti di acque cristalline e di una temperatura compresa tra i 20° e i 30° centigradi ed è proprio questa estrema sensibilità a metterli in serio pericolo. Già dal 2015 il WWF e l’Australian Marine Conservation Society denunciavano il massacro in atto nei confronti di questo patrimonio dell’umanità, dovuto, in questo caso, a una cattiva gestione ambientale da parte del governo australiano in materia di sversamenti di pesticidi e allo scarico di materiale di risulta, proveniente dal dragaggio dei fondali per l’ampliamento dei porti, in una zona adiacente il parco marino del reef.

“Non ci aspettavamo di vedere un tale livello di distruzione nella Great Barrier Reef “, ha detto il Prof. T. P. Hughes, direttore dell’Australian Research Council (ARC),  “I miei studenti hanno pianto”. Lo stato di salute delle barriere coralline è uno dei primi indicatori della salute dei mari, la loro sofferenza e la loro morte è un chiaro segno della devastazione che sta portando il cambiamento climatico a livello globale.

Per contrastare gli effetti locali, Il governo australiano ha prodotto il piano “Reef 2050”, che si pone l’obiettivo di limitare lo sviluppo dei porti, il dragaggio dei fondali e gli scarichi agricoli in mare, ma quello della gestione dell’inquinamento delle acque è un problema globale. Ogni Stato dovrebbe tenere in considerazione che i mari e le acque sono patrimonio inestimabile per tutti e che da essi dipendono anche l’economia e le vite di milioni di persone.

L’edizione 2017 della Giornata Mondiale dell’Acqua, celebrata il 22 marzo scorso, ha riguardato proprio la questione delle acque reflue, ovvero quelle contaminate da attività antropiche come scarichi domestici, industriali e produzioni agricole. Secondo quanto prescritto nell’obiettivo sostenibile 6.3 dell’Onu, infatti, le acque vanno depurate e riutilizzate: “Migliorare entro il 2030 la qualità dell’acqua eliminando le discariche, riducendo l’inquinamento e il rilascio di prodotti chimici e scorie pericolose, dimezzando la quantità di acque reflue non trattate e aumentando considerevolmente il riciclaggio e il reimpiego sicuro a livello globale”.

La ricerca del Professor Hughes dimostra che solo attraverso un impegno globale nella riduzione dell’inquinamento sarà possibile preservare una delle più incredibili manifestazioni della natura che vive e offre la vita: le barriere coralline.

 

In copertina: foto “Coral reef, Pacific. Photo by Tom Nugent, 2008” di WorldFish. Utilizzo con la licenza CC https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/

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