Out run, la vita è (quasi) un gioco

 

Trangugiavo il caffè di metà mattino, dentro un ufficio con arredi di dubbio gusto, un luogo freddo, insensibile, così lontano dagli animi riflessivi che quotidianamente lo abitano. L’inquietudine del giorno mi condusse verso i luoghi dell’esistenza, era quella la vita che volevo? Era stata una mia scelta?

Questa giornata non sembrava così diversa dalle altre, i due obiettivi (al solito) sembravano essere alla mia portata: il primo, raggiungere rapidamente la pausa pranzo, che sarebbe dovuta essere (al solito) frugale al punto giusto e della misura tale da non indurre sonnolenza in fase digestiva; il secondo (diretta conseguenza del primo) sarebbe stato, appunto, quello di giungere all’orario d’uscita senza assopirmi (o desiderare ardentemente di farlo).

La sensazione di leggerezza da cui si viene assaliti varcando l’uscio dell’ufficio, dura il tempo di arrivare a casa. D’altra parte la giornata si appresta a finire, mi chiedo per quale motivo si desideri così ardentemente abbandonare il proprio posto di lavoro, quando fuori non ti attende nulla di più interessante da fare. Guardandomi intorno mi sento di essere in buona compagnia, musi lunghi e tediati, a tratti tesi, intenti a riporre una cieca fiducia nel semaforo, che presto o tardi ci autorizzerà a passare.

Proprio quel semaforo mi fece tornare alla memoria un videogame presente in tutte le sale gioco quando ero bambino, Out run. Lo scenario era sempre lo stesso, strade a cinque/sei corsie, lungomare, una Ferrari Testarossa in cui vi era un uomo alla guida e una bionda al suo fianco, i cui capelli oscillavano nella direzione opposta all’orientamento delle curve. Non so per quale motivo, ma ho sempre immaginato quella bionda particolarmente avvenente, pur non avendo mai avuto la possibilità di ammirare altro che la sua nuca. Il gioco consisteva (in questo onirico e patinato scenario americano) nel correre il più velocemente possibile verso il così detto checkpoint, al passaggio del quale si otteneva un bonus di tempo aggiuntivo (sempre minore), utile a raggiungere il successivo bonus.

Nella sua semplicità pensai a quel videogame come il paradigma delle nostre esistenze: ci si affaccia alla vita con semplicità, con lo sguardo innocente di un infante, i primi checkpoint sono facilmente attraversabili e ci consentono di largheggiare, abbiamo tempo e spazio per ogni diletto. Con il trascorrere degli anni abbiamo sempre meno tempo a disposizione, la società ci impone dei checkpoint sempre più lontani e con intervalli sempre più esigui. Questi obiettivi sono più meno uguali per tutti, con tempi e modi differenti siamo massivamente costretti ad attraversarli quasi non esistesse altra strada, la maturità, l’università, la “testa a posto”, la famiglia, i figli, la pensione, i nipoti, la morte. Chi salta passaggi (a eccezione dell’ultimo) è socialmente, se non condannato, almeno giudicato.

L’impegno profuso nell’esaurire tutti i livelli di Out run viene lautamente ricompensato da una stridente melodia, di cui ho conservato uno tiepido ricordo. Mi chiedo quale suono mi attende dopo l’ultimo checkpoint, magari un Requiem di Mozart…sempre meglio di quella orribile musichetta.

 

Federico Fornari

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Foto di copertina: Flickr, del utente Gnuru usato con la licenza CC BY-NC-SA 2.0.

 

 

 

 

2 pensieri riguardo “Out run, la vita è (quasi) un gioco

  • 3 luglio 2019 in 14:52
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