Al Teatro Patologico: dietro le quinte di Medea

 

Giasone lascia Medea e sceglie Glauce, figlia di Creonte, re di Corinto.

Una nenia che si ripete nel tempo, questa, la maledizione della casa. Creonte le intima di abbandonare la città. Giasone le parla e Medea gli rinfaccia la sua ipocrisia. Il re di Atene vuole da lei un figlio. Lei invia una ghirlanda avvelenata in dono a Glauce, che muore. La stessa sorte tocca a Creonte, accorso per aiutarla, racconta il messaggero. Giasone accorre per salvare la prole, ma è troppo tardi. Medea appare sul carro alato del dio Sole. Lì, i cadaveri dei figli che ella ha ucciso. Medea è devastata. E’ la fine di una discendenza, ma anche l’inizio di una serie di emozioni che il Teatro Patologico di Dario D’Ambrosi, nella città di Roma, è pronto a cogliere e guidare sul palcoscenico, così come sugli spalti, tra la gente.

Il testo di Medea di Euripide è databile al 431 a.C.

Un tempo memorabile, per i lettori di ogni tempo. Un tempo, in cui lo stesso lo si viveva pensandolo e mettendolo in scena nella piazza, ogni giorno. All’epoca, internet non esisteva o si presume fosse così, e tutto era prassi. La teoria del tutto era racchiusa in un ostrakon. Gli ostraka, erano frammenti di terracotta sul quale il nome del concittadino inviso veniva scritto da coloro che votavano nell’assemblea popolare.

Adesso, il cittadino mette una x con una matita su un foglio dove ci sono scritti dei nomi di politici che non conosce e che è costretto a votare perché in fondo, della cosa pubblica non ha idea se importarsene oppure no. Mettiamola così.

Il cittadino entra ed esce dal seggio, con una velocità che ha del pornografico, come se niente fosse, senza presenziare a se stesso e preso dalla malattia imperante nella città che non vede se stessa, ma la rigurgita in milioni di automatismi.

L’uomo, è privato così del suo sentire, ridotto a una macchina, ad uno straccio.

Lo stesso uomo, il cittadino, la donna, tutti si sentono chiamati a partecipare ad interrompere la visione e ad ascoltare cosa avviene in scena.

Il tymòs ha un deìos.

L’animo ha un ritmo e Giasone, colui che siede sul trono, ne perde la discendenza. In ogni tempo, come suggerisce il testo, cantato dal coro in teatro, lui solo, il peggiore degli uomini, è il traditore di tutti i giuramenti.

Assistendo alle prove dello spettacolo è sbalorditivo, come gli attori che son lì per esagerare, non perdano il controllo in mezzo al fragore e al casino mosso dalle urla e dalle percussioni.

Ma le urla in teatro non spaventano, feriscono sì, nel profondo, ma portano da qualche parte dentro di sé. Le quinte sembra che stiano per crollare, ma la quarta parete resta.

Tutto è capovolto, un po’ come in televisione.

E la catarsi, come un mantello invisibile, avvolge la coscienza e si posa ovunque, come la luce dei fari e dei riflettori e dello sguardo di chi legge il testo euripideo come sa fare. La coscienza, l’anima è viva nel tempo.

Ciascun oggetto in scena, che pare visibile, ma non mai così degno di attenzione quanto le persone, ce lo ribadisce.

Qualunque cosa che è nel testo e che si riverberi nel coro acquista dignità e sapienza ed è questo ciò di cui ha bisogno l’uomo, oltre l’odio, oltre l’amore, oltre la paura di sentirsi ridicoli.

Un perno a cui fare riferimento, come un odore. È forte, in teatro, l’odore del parquet, del sudore, dell’alito e dei piedi, ma chi non ha occhi ha pur sempre cuore e coscienza per riconoscere che una simbiosi spezzata trasuda di onestà intellettuale, il nettare di ogni azione umana, la via la verità e la vita, il corridoio che vediamo muoversi sul palcoscenico e che, visto dall’alto o dal basso, ha la forma di una città.

“Oh Zeus, ti offriamo questa testimonianza”. Parole, queste, che tramandano un senso di partecipazione reale a ogni questione, vivendo ogni espiazione senza senso di colpa.

In fondo, chiediamoci, venerare Ecate – dea psicopompa – dalle stanze segrete non è poi il sogno di tutti?

Il Teatro Patologico ricorda che la provocazione fa emergere le diversità e che queste affiorano in un lavoro di composizione che il tempo concede e permette al fuoco dell’immaginazione e all’umidità del reale di entrare nel gioco delle parti.

Dario D’Ambrosi e il Teatro Patologico, in collaborazione con l’Università di Roma “Tor Vergata, Euroma2 e l’Istituto “Lorenzo dé Medici”, a conclusione di un intenso e riuscito percorso teatrale, quello della scuola di formazione teatrale per ragazzi diversamente abili “La Magia del Teatro”, ha dato vita al primo corso universitario al mondo di Teatro Integrato dell’Emozione.

Inaugurato a Roma il 25 Gennaio del 2016, questo progetto teatrale ha debuttato all’Auditorium Parco della Musica di Roma e arriverà anche anche a Milano, al Teatro “Franco Parenti”, il 5 Ottobre. Il corso sarà poi presentato a New York il 4 Dicembre 2017, in occasione del G7 della Salute, presso il Palazzo Onu.

La nobile intenzione non è quella di rendere il genere umano scevro da meccanismi autistici, ma di accettarli e comprenderli.

Il Teatro Patologico vuole intromettere ogni comportamento deviante in un incontro di artisti, docenti, operatori psichiatrici, al fine di un’integrazione a tutto tondo, coordinato dal prof. Alberto Siracusano, direttore del Dipartimento di Medicina dei Sistemi, a Tor Vergata.

Così come in arte, ai giorni d’oggi, si propone la circuitazione, a tutti i livelli e nel pieno rispetto della natura, della natura primigenia della psiche, proponiamo una diffusione e una ricerca sul lavoro di questo straordinario Corso, affinché serva a divenire un esempio e si possa creare uno scambio e una cooperazione tra persone, realizzando un fenomeno unico al mondo.

Veronica Pacifico

Foto di copertina: Deux bâilleurs au musée du Luxembourg, à Paris di Jean-Pierre Dalbéra con la licenza CC BY 2.0

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