Totti, memorie postume di un pallone (quel pallone)

 

La mia vita, pensai, non sarà differente da quella dei tanti, destinati come me a non avere né nome né anima. Il tempo, le intemperie, i colpi subiti, mi logoreranno accompagnandomi inesorabilmente verso l’oblio. Senza la possibilità di un riscatto, di una seconda opportunità.

Il nostro è un percorso sui generis, il successo della nostra esistenza è direttamente proporzionale al nostro declino, quasi fosse un incentivo a non vivere, quasi fosse preferibile restare lì, immobili, oggetti del desiderio, come una passione mai consumata.

Venni presto sottratto alle rassicuranti e sapienti mani che con tanta perizia mi resero bello e desiderabile, strappandomi così ad una inerte serenità e conducendomi nell’incertezza della Capitale.

Roma, pensai, è una città ricca di opportunità ma anche di luoghi ostili, periferie piene di asfalto e cemento, dove il mio passaggio potrebbe durare il tempo di un respiro, esposto alle asperità di un ambiente inadatto alla mia natura. Al solo pensiero di una fine così abietta, mi sentii mancare, avrei preferito esplodere anziché finire in quella maniera.

Forse il fato, oppure quel Dio che non ci è concesso implorare (considerata l’assenza di mani da congiungere), ma qualcosa venne in mio soccorso. Una volta giunto alla destinazione, compresi subito che la vita non sarebbe stata così amara come dolorosamente avevo immaginato.

Mi sentivo acclamato, importante, lo stadio era magnifico, gremito. Migliaia di persone in trepidante attesa. Gongolai, aspettando con pazienza il mio ingresso in campo.

Il mio turno non giunse mai purtroppo, l’arbitro mise fine all’incontro senza ch’io potessi esser protagonista di quella giornata che, a giudicare dal calore e dall’intensità circostante, sembrava essere piuttosto importante per gli intervenuti.

Rimasi a guardare, stretto tra le braccia amorevoli ed immature di un adolescente. Fui nuovamente assalito da pensieri negativi circa il mio futuro. Ma come un fiume improvvisamente devia il suo corso, così mi ritrovai tra le mani di un ragazzotto, biondo, di bell’aspetto e con una fascia al braccio, sembrava emozionato ma non so dirne il motivo.

L’atmosfera era surreale, si respiravano dolore e gioia in parallelo, io ero lì, tra le mani di quello che tutti continuavano a chiamare Capitano. Decise di apporre delle lettere e una firma su di me, quasi a rendermi suo per sempre, mi sentii immortale… all’improvviso mi lanciò tra la folla, non compresi il perché di tale gesto, ero costernato.

Non avevo mai visto il mondo da quell’altezza, ricordo i colori e lo spettacolo sotto di me, il giallo e rosso erano prevalenti e si raccoglievano in un solo corpo.

Finii tra le mani di un giovane, sembrò particolarmente felice ed orgoglioso di avermi con sé, mi sentii lusingato da tutte queste attenzioni pur ignorandone le ragioni.

Non seppi dare una spiegazione a ciò che accadde quella domenica, ma da quel giorno non vidi più uno stadio, mi custodiscono gelosamente, in una teca, come un diamante. Conservo tra i pochi ricordi il calcio di quel Capitano, l’unico della mia vita, non so chi fosse né da dove venisse quel ragazzotto, ma sento di doverlo ringraziare per quella pedata.

 

Federico Fornari

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Foto di copertina: Pixabay usato con la licenza CC0.

 

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