Trainspotting: un grande cult da recuperare

Parlare di un cult come Trainspotting non è facile per la quantità di spunti d’analisi che esso presenta.
Il prologo e l’epilogo di un racconto sono solitamente considerate le parti più importanti perché possiedono la maggior concentrazione di significati utili a comprendere il senso globale dell’opera.
Ecco allora che del racconto filmico di Trainspotting vorrei concentrarmi sul suo folgorante incipit.

 

Sui titoli di testa non si vede ancora nessuna immagine filmica, ma solo rumore di passi veloci, poi vediamo dei ragazzi che corrono, ma subito la macchina da presa mostra il primo piano del protagonista del film (Mark Renton) in modo tale che lo spettatore possa comprendere immediatamente che la voice over è la sua. Il celeberrimo monologo interiore di Mark ci introduce subito al tema della storia: lui e i suoi amici hanno detto sì all’eroina e no al conformismo di una società che vuole imporre un modello di condotta e uno stile di vita identico per tutti. Il monologo, un lungo elenco di oggetti materiali, è stato letto da più parti come una critica alla consumer culture, a quello stile di vita che dagli anni 60’ in poi è stato infarcito da scintillanti frigoriferi, automobili ultimo modello e che si può dire continui ancora oggi con ipertecnologici smartphone.

La musica extradiegetica di sottofondo rafforza il senso diegetico delle parole del protagonista a partire dal titolo stesso della canzone di Iggy Pop: Lust for life ovvero “sete di vita”, quella che i nostri personaggi cercano nella droga pur di scampare al “mutuo a interessi fissi” o all’inquietante prospettiva futura di “sedersi sul divano a spappolarsi il cervello e lo spirito” dinanzi alla televisione. La tecnica della voice over è impiegata a partire dal cinema degli anni 40’ per esprimere i pensieri interiori del personaggio ed in questa Opening Scene Mark non solo esprime la sua visione della vita ma nel farlo si rivolge direttamente a noi spettatori, ci interpella prima verbalmente e poi anche visivamente in un fermo-immagine in cui guarda in macchina e con una risata sardonica si fa beffe di noi, dello stile di vita borghese imperante, mentre lui ci spiega le sue (non) ragioni per non scegliere se c’è l’eroina che sceglie al suo posto.


Le prime sequenze narrative di un film svolgono sempre la funzione di presentazione dei personaggi principali della storia. La metafora secondo cui la vita è come una partita di calcio non è esattamente delle più originali ma Danny Boyle, regista del film, la declina in modo efficace per farci identificare velocemente i personaggi. La presentazione del protagonista – interpretato da Ewan McGregor – e del gruppo di amici, con cui condivide scorribande e furti per procurarsi le dosi di droga, avviene per l’appunto sul campo di calcio durante una partita con un gruppetto di avversari, dei bravi ragazzi al confronto dei quali i nostri protagonisti escono come perdenti che commettono con facilità tanti falli oltre ai molti furti, come quello che commettono in apertura della scena (di cui noi spettatori, però, vediamo solo la corsa in fuga dagli inseguitori).

La lunga sequenza narrativa si chiude con una doppia caduta di Mark: la caduta durante la partita di calcetto, colpito da una pallonata, e la caduta, visivamente contemporanea alla prima grazie al montaggio alternato, sul pavimento dell’appartamento dello spacciatore di fiducia, dopo essersi drogato. La partita, conclusasi in maniera beffarda, è persa e così anche la vita, e l’eroina appare come il facile rimedio alla sconfitta. Nel finale tutta questa logica potrebbe essere ribaltata…come? Ovviamente non posso svelarlo per chi non ha visto il film, ma questo assaggio, già ricco di dettagli, spero vi abbia fatto venire voglia di rimediare al più presto.

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