Una parola di troppo: la tragica morte di Jamal Khashoggi

Istanbul, 2 ottobre 2018, 13:14. Jamal Khashoggi varca l’ingresso del consolato dell’ Arabia Saudita, vuoto e privo delle solite voci degli impiegati. Necessita di documenti relativi al suo matrimonio, e la sua futura moglie lo aspetta fuori dal cancello. Jamal è ignaro del fatto che da quella porta non uscirà mai più. Dichiarato in seguito come “scomparso”, intorno alla sua storia si innalza una fitta nube di dubbi.

La vita di Jamal Khashoggi

Nato a Medina nel 1958, Jamal Khasoggi diventa prima giornalista, poi scrittore. Le sue parole ben presto si vestono di rabbia e rivendicazione di libertà contro il governo saudita e il suo principe, Mohammed bin Salman. Ama la sua terra, e lo dimostra con coraggio attaccando, sulle pagine del Washington Post, quei metodi intimidatori e illiberali di Salman, diventando così un dissidente politico e un bersaglio del regime, un regime feroce che non guarda in faccia nessuno.

Jamal Khashoggi
April Brady / POMED – Mohammed bin Salman’s Saudi Arabia: A Deeper Look, licensed under CC BY 2.0
Dinamica dell’omicidio

Sulla sua morte si sono rovesciate tante incerte parole, ma mai nessuna verità. È il 6 o 7 ottobre, quando trapela tra l’opinione pubblica la notizia della possibile morte di Jamal Khashoggi, ma tra minacce, accuse e probabili testimonianze, solo il 20 ottobre questa notizia sarà confermata, ben 18 giorni dopo la scomparsa. Inutile dire che, con una premessa simile, i giorni e mesi a seguire sono segnati da occultamenti di prove e trasfigurazione dei fatti. Dalle tesi dei Sauditi in cerca della propria discolpa, che si sgretolavano con le registrazioni audio e video, alla possibile associazione con il presidente Trump, si è creata una situazione paradossalmente normale in cui, come fin troppo spesso accade, gli interessi economico-politici hanno la meglio sulla verità.

Jamal Khashoggi
Fars News Agency, licensed under CC BY 2.0
25 febbraio 2021

Quasi 3 anni dopo finalmente si ha il rapporto della CIA sull’omicidio del giornalista saudita. Sì, omicidio, perché è di questo che si parla e ormai la nube si è dissolta. Il 2 ottobre 2018 il giornalista Jamal Khashoggi è stato soffocato con un sacchetto di plastica intorno alla testa, è stato tagliato a pezzi, posto in alcune valigie e portato fuori dal consolato. Un lavoro pulito che non ha lasciato neanche una goccia di sangue. Un lavoro così pulito, che deve esser stato progettato bene. Ed è facile progettare bene un omicidio quando sei il principe al controllo dell’ intero regime saudita. E se sei la regina, e tieni sotto scacco tutto il popolo, ci vuole poco a far fuori una semplice pedina fastidiosa.

Jamal Khasshogi
Fars News Agency, licensed under CC BY 2.0
Parole violate

Jamal Khashoggi andava messo a tacere. Lo sapeva il principe, lo sapeva Trump, lo sapeva lui stesso. Per un giornalista la parola è un’arma, ma non come quelle commerciate tra USA e Arabia, è un’ arma pacifica, una mano che si aggrappa ad una voglia di risalita quando sotto c’è il baratro. Le sue ultime parole sono però diverse: “non fatelo, mi state soffocando”. E invece l’hanno soffocato. E con lui è stata soffocata la verità, la voce di un popolo. È stato soffocato il diritto di parola.

Maddalena Lozzi

Immagine in evidenza: POMED, Justice for Jamal: The United States and Saudi Arabia One Year After the Khashoggi Murder, Thursday, September 26, 2019 9:00 am – 11:00 am, Dirksen Senate Office Building, Room G-11 50 Constitution Ave NE, Washington, DC, Photo credit: April Brady/Project on Middle East Democracy, via Flickr, licensed under CC BY 2.0.

Video: ReasonTV, How the U.S. Covered Up the Murder of Journalist Jamal Khashoggi

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