Venezia 2019: a Carnevale guarisce ogni male

Cronistoria di una scanzonata due giorni di fine Carnevale nella Serenissima, nella Venezia città aperta del passato, chiassosa e multietnica, meta intricante anche per un gruppo di bestie da festa.

A fine ottobre creato un gruppo su whatsapp, ho invitato tra i miei amici quelli che, sulla base di selvagge esperienze di viaggio passate, ritenevo più adatti per un progettino che consisteva nel vivere un weekend a Venezia per il Carnevale.

Sondati gli umori, nonostante un paio di defezioni, ho subito capito che il piano aveva buone possibilità di concretizzarsi tanto che, dopo circa una settimana, con grandi sforzi organizzativi dell’amico più abile nelle prenotazioni lowcost e con altrettanti grandi sforzi economici dell’amico più facoltoso, che ha anticipato i soldi per l’albergo, date e protagonisti del viaggio sono stati ufficializzati: 9 bestie da festa, di cui 8 pugliesi emigrati, ci saremmo riuniti in maschera nel fine settimana precedente il martedì grasso, per regalarci 48 ore circa di divertimento sfrenato. Il primo di noi giunto a Venezia, ha segnalato agli altri un punto di incontro: il piccolo bar Zanon, a due minuti di strada dall’albergo, posti entrambi situati nel sestiere (così sono chiamate le zone in cui è divisa Venezia) Cannaregio, il più a nord della città. Alle 5 circa di pomeriggio la squadra era al completo a brindare in maschera sui tavolini a ridosso di un canaletto chiamato Rio della misericordia: per la cronaca, l’unico “travestimento” che siamo stati in grado di indossare, causa disorganizzazione, sono state delle misere maschere da Groucho Marx, costituite da occhiali, naso e baffi finti. Venezia, alla faccia di tutti i pregiudizi che un pugliese possa covare, ci ha accolti con una giornata soleggiata e il bar ci ha subito presentato i due elementi cardine di quella che è stata la nostra dieta carnevalesca: spritz e cicchetti. Per chi non lo sapesse, i cicchetti sono delle fette di pane condite con ingredienti di terra e mare della cucina veneziana, simili, per rendere l’idea, alle tapas spagnole. Altra cosa che ha subito colpito positivamente il sottoscritto è stato il basso costo dello spritz, che oscilla nei bar cittadini tra i 2 e i 5 euro. Rifocillati da numerosi cicchetti e spritz e passati dall’albergo per il check-in, in pochi minuti siamo tornati in strada. Un po’ per i fumi dell’alcool, un po’ per la stanchezza del viaggio, la serata è fuggita via in un lampo tra risate e bagordi vari, senza che assaporassimo però il vero sapore del carnevale veneziano. Siamo infatti finiti sotto un grande porticato a pelo d’acqua nella zona del mercato di Rialto a ballare musica elettronica.

 

 

Alla fine della festa, distrutti, ci siamo diretti all’albergo, percorrendo una miriade di vicoli, che a quell’ora, nel nostro stato, parevano essere tutti uguali. Dopo poche ore di sonno, il sabato di buon’ora ci siamo tutti radunati in totale hangover in un vicoletto nei pressi dell’hotel, dove abbiamo fatto colazione con cappuccino e un’altra prelibatezza della cucina veneziana, le “fritoe”. Lasciate che spenda due parole su questa chicca della pasticceria popolare locale: le fritoe, o frittole in italiano, sono dei dolci carnevaleschi, preparati con una pastella di uova, farina, zucchero e uva, che viene fritta e farcita con un ripieno, che può essere a seconda dei casi crema, ricotta, zabaione e chi più ne ha più ne metta. Ammucchiate su grandi vassoi e cosparse di zucchero a velo, le fritoe trasudano storia e grasso dalle vetrinette di numerosi locali veneziani, costituendo un vero e proprio simbolo della città e del carnevale. Ritornando alla narrazione, dopo colazione, ha preso avvio quello che è stato, secondo chi scrive, uno dei momenti di massimo simbolismo della nostra due giorni: la processione verso piazza San Marco. Processione è il termine che ben rappresenta quella buona ora e mezza di camminata che occorre per giungere sino alla piazza, sia perché ben rende l’idea di lunghezza che ha caratterizzato la passeggiata, sia per lo stato d’animo in cui l’abbiamo vissuta facendone quasi un evento spirituale, carichi com’eravamo di aspettative per ciò che ci attendeva e di stupore per ciò che ad ogni angolo ci circondava. Ovunque lo sguardo si posasse, infatti, la luce del sole rifletteva accesi colori di maschere meravigliose che spaziavano da quelle più tradizionali, come vestiti della nobiltà veneziana rinascimentale o dei medici della peste, a quelle più moderne come personaggi fantasy o super eroi. Venezia, inoltre, risplendeva in una giornata meravigliosa: ogni scorcio risultava surreale e dai ponti che sormontavano i canali era possibile ammirare gondolieri e turisti sfilare fluttuando lentamente sull’acqua.

Lungo la strada ci siamo separati involontariamente, a causa del grande caos e di diverse distrazioni. Io e gli altri quattro rimasti siamo arrivati alla meta percorrendo un piccolo porticato che, attraversando un edificio, conduceva alla piazza. Siamo così passati dalla situazione di semi oscurità e claustrofobia dell’angusto passaggio allo splendore e all’ampiezza della piazza in festa, con un contrasto che ha reso l’ingresso a San Marco il culmine perfetto del lunghissimo cammino. Al centro della piazza spiccava un palco per una sfilata/contest, volta a eleggere la maschera più bella; alla nostra sinistra si stagliava in tutto il suo splendore la Basilica, affiancata dalla Torre dell’Orologio. La piazza, il colpo d’occhio e l’emozione sono state da mozzare il fiato.

Ci siamo, alla fine, ritrovati con l’intera squadra sotto le colonne di San Marco e San Todaro, da dove, una volta goduto il panorama del bacino di San Marco, dietro suggerimento di una signora veneziana, ci siamo diretti verso un ristorantino nel sestiere di Corte dell’Orso. Giunti sul posto, abbiamo fatto il pieno di prosecco, cicchetti e assaporato un primo tipico veneto i bigoi co l’anra, ossia una pasta lunga fatta in casa, al ragù d’anatra. Bevuto un caffè, abbiamo ripreso la nostra marcia per la città. Di qui in poi è stato tutto un passeggiare, tra spritz e risate a pieni polmoni, percorrendo sestieri e facendo su e giù tra canali e vicoletti, sino a sera. Sulla strada ci siamo ritrovati a ballare al suono di organetti a manovella e cornamuse, oppure a cantare al seguito di una comitiva, che con un mega speaker sparava musica trash a tutto volume, o ancora a percorrere scalinate addobbate con eleganti luminarie continuando a fare tappa in tutti i bar. La serata si è conclusa sotto un altro palco di musica elettronica, dopo ore di salti e sudore e in spinto stato confusionale. A questo punto, seduti intorno al tavolino di un baretto, ognuno con un ricostituente trancio di pizza, la squadra si è divisa, e chi aveva aerei a orari improponibili per il ritorno è tornato in camera, mentre io e altri irriducibili siamo andati alla ricerca di una fantomatica festa in un centro sociale, il laboratorio occupato Morion, che alle 3 della notte abbiamo trovato, rigorosamente, chiuso.

Non per sforzarmi di vedere il bicchiere mezzo pieno, devo dire in tutta sincerità, che la delusione di aver toppato quest’ultimo appuntamento è stata totalmente cancellata da una piccola tratta in vaporetto, il famoso mezzo che funge da trasporto pubblico a Venezia, che abbiamo deciso di prendere per risparmiare un po’ di tempo e di fatica al ritorno in albergo, sfiniti ormai per la lunga “processione”. La tratta è durata circa 5 minuti e, dato il tardo orario, sull’imbarcazione eravamo solo noi, il capitano e le luci di una Venezia che ci si è mostrata in una veste alternativa, ossia quella notturna di una città a riposo dopo ore concitate di festa e di baccano. La laguna illuminata, le gondole ferme a schiera ai moli e noi in religioso silenzio sono stati come i particolari perfetti della scena di chiusura di un’incredibile esperienza. Concludo con una piccola riflessione: pur senza partecipare a feste esclusive o indossando maschere sofisticate, io e la mia cricca abbiamo onorato il vero spirito del Carnevale, intendendolo come momento di gioco, per scrollarsi di dosso tensione e serietà che pervadono parte della quotidianità della vita di tutti noi. Abbiamo approfittato di questo evento per riunirci, scherzare e prenderci poco sul serio, sfruttando in un certo senso il Carnevale come una cura per spezzare la routine. Esperienza assolutamente da ripetere e che consiglio a tutti! Alla prossima cronistoria di un’avventura per caso.

– Matteo Mastromarino

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