Il crollo di un paradiso terrestre nel cuore dell’Africa: il Congo di oggi raccontato da Bowole Fataki

 

In Congo lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali è la principale causa del sottosviluppo e della destabilizzazione politica di questa regione. Ne parliano con lo scrittore Bowole Fataki.

 “Le multinazionali sono gli ostacoli che bloccano lo sviluppo del mio Paese”- Bowole Fataki

Il Congo e le sue risorse naturali hanno da sempre l’attenzione delle multinazionali alla ricerca di profitti economici, portando in cambio alla gente del luogo regressione, destabilizzazione e sfruttamento del capitale umano, ma i Congolesi non si lasciano abbattere da tutto ciò, sono amanti della musica e della pace.

Nel libro Il crollo di un paradiso terrestre nel cuore dell’Africa lo scrittore congolese Bowole Fataki, nato nel 1952, quando la Repubblica del Congo non era ancora uno Stato indipendente ma era una colonia del Belgio, descrive i retroscena degli intrighi politici mondiali attraverso cui le ricchezze del suo Congo, ex Zaire, finiscono nelle mani di pochi speculatori stranieri. L’autore, che vive da molti anni in Italia, parte dallo sfruttamento mercantile ai tempi di Leopoldo II e durante il periodo del Congo belga, quando i colonizzatori sfruttavano e spogliavano le terre e trattavano i Congolesi come bestie per arricchirsi il più possibile, fino ad arrivare alla dittatura di Mobutu e al suo sostegno agli Stati Uniti ai tempi della “Guerra Fredda” e a Laurent Dèsirè Kabila, con il sostegno politico ai tutsi ruandesi, la cui intenzione era di “sottomettere” il popolo congolese. Nel libro l’autore cerca di portare avanti la tesi per cui le potenze occidentali hanno tollerato e non sono mai intervenute a sostengo della società civile in Congo solo per propri interessi economici e commerciali.

Zaino in spalla pieno di libri e di fotocopie, Bowole Fataki si presenta in una giornata soleggiata all’appuntamento con E-goTimes per l’intervista in un locale di Trastevere.  È abituato a parlare avendo con sé tutta la documentione necessaria, per dare al suo interlocutore una visione completa dei fatti. “Ma quante carte ha portato?” – gli chiedo e accendo il mio registratore. Mi guarda e sorride, rispondendo: “Ognuno di questi documenti mi potrebbe essere utile”. L’ho conosciuto qualche anno fa nella comunità di Sant’Egidio e da quel giorno siamo rimasti sempre in contatto. Bowole Fataki, conosciuto dalla sua cricca di amici come Cesare, ha iniziato a scrivere di musica, per poi passare, col tempo, alla politica e alla denuncia della sofferenza del suo popolo, provocata dalla incessante lotta per lo sfruttamente delle risorse naturali del suo Paese.

Quali sono le cause più remote dello sfruttamento economico del Congo?

Ancora oggi ricordiamo il terribile genocidio tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ordinato da re Leopoldo II del Belgio. Le navi a vapore dirette in Europa erano sempre cariche d’avorio e di caucciù, che durante la rivoluzione industriale, erano risorse molto importanti. Ma al ritorno in Congo, a bordo di quelle navi, c’erano armi da fuoco e munizioni di cui i giovani ufficiali belgi erano dotati per reprime e uccidere. Le risorse naturali del Congo procuravano redditi elevati al sovrano belga, senza portare però in cambio benessere alla popolazione locale come compensazione per lo sfruttamento delle risorse naturali.

Per ottenere tali risorse naturali era sfruttata la manodopera locale?

Certamente. Per raccogliere il caucciù e trasportarlo fino al mare occorreva camminare nella giungla, piena di animali feroci, almeno per due tre giorni. I Congolesi erano obbligati a raccogliere la materia prima senza ricevere compenso, rischiando la vita. Chi rifiutava era punito duramente: i colonizzatori per intimorire i locali distruggevano i loro villaggi, prendevano in ostaggio le donne, mutilavano brutalmente chi si opponeva ai sopprusi, tagliando un arto come intimidazione. Le persone erano obbligate a lavorare anche sul fiume Congo, che era pieno di coccodrilli. Il periodo dal 1892 al 1904 è ricordato come la “fase nera” del colonialismo, con una stima delle vittime tra la popolazione di circa dieci milioni di persone. Bisogna aggiungere che per costruire la ferrovia il re aveva fatto venire dei lavoratori di nazionalità cinese, per i quali non si trattava di lavoro remunerato, ma di lavoro forzato. Mentre le grandi potenze europee, La Francia, la Germania e la Gran Bretagna, miravano a sostituirsi a Leopoldo II, per godere delle favolose ricchezze congolesi. Naturalmente nessuno chiese mai al mio popolo se era favorevole all’introduzione della civiltà occidentale nel Paese, tuttavia era ragionevole pensare che i vantaggi dell’industrializzazione sarebbero stati compensati dal miglioramento delle nostre condizioni di vita.

Invece non andò così, la vita dei Congolesi non migliorò quanto la vita degli Europei, giusto?

Il re aveva chiesto in prestito 25 milioni di franchi al governo belga, nel caso in cui non fosse stato possibile ripagare per Leopoldo II il debito contratto per lo Stato Libero del Congo, che fu de facto sua proprietà privata dal 1885 al 1908, il Congo sarebbe stato ceduto dal monarca al Belgio. Nel 1908 il Congo divenne ufficialmente una colonia del Belgio. Mentre Leopoldo II continuava a dichiararsi un fautore dei diritti umani, cominciavano a circolare voci sui suoi crimini di massa, così per evitare scandali, dopo il 1908, il governo belga cercò di diminuire i casi di villaggi incendiati o di donne e bambini tenuti in ostaggio; non si mozzarano più le mani, calò il numero di persone impiegate nei lavori forzati. Allo stesso tempo, però, la politica economica dei colonizzatori distruggeva tutto ciò di cui l’uomo africano andava fiero: la sua magia, la sua poesia, la sua filosofia, rendendo gli Africani degli essere senza anima, senza originalità con un solo dovere: quello di lavorare, rassegnandosi in silenzio alla loro misera condizione. La situazione che si delineava all’orizzionte era la seguente: il Belgio non era ancora arrivato alla fine dello sfruttamento delle grandi risorse naturali e i locali non avevano ancora trovato quei vantaggi che il contatto con una civiltà avanzata come quella europea avrebbe potuto invece produrre. Nel 1957 la vita dei Congolesi era ulteriormente migliorata rispetto a quelli degli altri Paesi vicini, ma non stiamo evidentemente parlando dei centomila europei della colonia belga che godevano di un tenore di vita tra i più elevati del mondo. Per loro il Congo era proprio un paradiso terrestre.

Quali risorse naturali interessavano maggiormente ai Belgi?

Subito dopo la prima guerra mondiale le principali risorse continuarono a essere il caucciù e l’avorio, affiancati da prodotti agricoli come noci, olio di palma, cotone, cacao, caffè, legno pregiato. La produzione mineraria è iniziata soltanto nel 1911; negli anni successivi furono aperti i famosi campi diamantiferi di Bakuanga e Cikàpa, che superavano in produzione quelli del Sud Africa. Il Belgio ha avuto la possibilità di sfruttare una colonia che gli “è stata servita su un piatto d’argento”; il Congo ha rappresentato per il Belgio una grande fortuna. Tanta fu perciò la rabbia da parte del governo belga quando giunse l’ora della nostra indipendenza. Visto che le risorse congolesi rappresentavano una delle principali fonti di profitto, il Belgio ha iniziato a influenzare gli abitanti della zona di Katanga, dove oltre al rame si estraevano il cobalto, l’argento, l’uranio, il piombo, lo zinco e altri metalli preziosi, in funzione di una “balcanizzazione” dal resto del Paese. Quando la provincia del Katanga, attraverso il suo leader Moise Tshombe, ha dichiarato di volersi separare dal resto del Congo, come reazione c’è stata una guerra civile tra i mercenari alleati con i gendarmi katanghesi contro l’esercito governativo, sono intervenuti i caschi Blu dell’ONU e le forze armate statununitensi. Il conflitto è terminato in un orrendo bagno di sangue.

Con l’indipendenza nel 1960 il Congo dovette scegliere una sua connotazione politica. Quali erano gli scenari internazionali in cui muoversi all’inizio degli anni Sessanta?

Il Congo si trovò di fronte alle necessità di promuovere il proprio sviluppo economico, avendo due modelli in quell’epoca: quello capitalistico e quello socialista sovietico. Patrice Lumumba, uno dei protagonisti della lotta per la libertà del Paese, era convinto che l’indipendenza politica non sarebbe stata sufficiente; il continente non doveva continuare a essere una colonia economica dell’Europa. In mancanza di appoggi da parte dei Paesi occidentali, Lumumba chiese aiuto all’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti temevano che il Paese sarebbe divenuto in breve tempo un regime comunista, come nel caso di Cuba.

Quindi gli Stati Uniti hanno fatto del tutto per eliminare Lumumba?

Alen Welsh Dulles, responsabile delle operazioni segrete statunitensi del “National Security Council”, appoggiò l’assassinio di Lumumba per mano di Mobutu, Capo di Stato Maggiore dell’Armata. La neonata Repubblica era condannata a essere coinvolta nel gioco della “Guerra Fredda” e nella morsa della dittatura mobutista. Nel corso dei tre decenni al potere gli Stati Uniti elargirono a Mobutu oltre un milliardo di dollari sotto forma di sovvenzioni in campo civile e millitare; vi fu, inoltre, il contributo di molti paesi Europei, in particolare della Francia, che fu ancora più elevato di quello degli USA. In cambio di tali investimenti gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali ottennero un regime apertamente anticomunista e una base sicura per le operazioni militari della CIA (Central Intelligence Agency) e della Francia. Giunse così il momento del saccheggio totale delle risorse nazionali congolesi e l’inizio di una vera e propria regresione del Paese. La corruzione fu quasi istituzionalizzata a tutti i livelli amministrativi. Con il passare del tempo il tenore di vita dei congolesi iniziò ad abbassarsi, come una volta, tornando ai miseri livelli di 96 anni prima.

Come cambiò la vita dei Congolesi durante il regime di Mobutu?

Molto importante è ricordare che tra il 1960 e il 1970 ogni bambino zairese mangiava tre o quattro volte al giorno scegliendo tra pesce, carne, verdure, riso, fagioli, baccalà. Chiunque poteva consumare cibo senza fare troppi sacrifici. La vera differenza sociale si notava di più nelle abitazioni o nel possesso di macchine di lusso, che soltanto un benestante poteva permettersi all’epoca. Il Paese ospitava ingegnieri, tecnici, commercianti e medici, moltissimi immigrati provenienti da altri Paesi africani, asiatici e dell’America Latina; il mio Paese attirava manodopera dall’estero, considerato che il franco congolese valeva più della moneta portogese, spagnola, greca o italiana. L’insegnamento nello Zaire, nome data al Congo dal regime di Mobutu nel 1971, era ancora gratuito e la scuola elementare era obbligatoria per ogni ragazzo. Con il nuovo governo, però, dal 1980 in poi, la maggior parte delle famiglie comminciava invece la giornata a stomaco vuoto. L’economia del Paese stava andando a rotoli, continuava a imperversare l’inflazione galoppante, la moneta era svalutata, gli stipendi non erano più garantiti. La produzione agricola fu ridotta a zero, provocando la disoccupazione e la miseria. Una parte della regressione sociale è stata causata dalla partecipazione dello Zaire in imprese belghe che sfruttavano in modo intensivo il rame e il cobalto. Allo stesso tempo i patrimoni personali accumulati dai dirigenti zairesi dell’epoca nelle banche straniere ammontavano a svarianti miliardi di dollari e Mobutu era diventato uno dei presidenti più ricchi al mondo. Lo odiavo, il suo regime sembrava senza fine.

Quando è finita l’era di Mobutu?

Mobutu era a capo di un regime forte, supportato dalle potenze occidentali, che si erano conquistate il suo favore per mantenere in Zaire i loro cospicui interessi economici, proprio sotto la spinta della “Guerra Fredda” e per i loro calcoli di strategia politica. Dopo la caduta del muro di Berlino gli Stati Uniti non aveva più bisogno di appoggiare il regime di Mobuto, così Bill Clinton consigliò al dittatore congolese di lasciare il Paese, per evitare di venir trascinato sulle strade di Kinshasa a furor di popolo. Nel complotto americano entrò da quel momento in scena un nuovo personaggio dal nome Laurent Dèsirè Kabila, un vecchio oppositore di Mobutu, che incontrò più volte Che Guevara durante il suo esilio in Ruanda. Gli Stati Uniti d’America, durande la presidenza Clinton, diedero assistenza militare alle forze di Kabila, avendo ripetuti contatti tramite l’ambasciata di Kigali (capitale del Ruanda). In quel periodo Mobutu era gravamente malato e dopo il suo ritorno dalla Svizzera, dove era ricoverato, ci fu un incontro tra Mobutu e Kabila, con la mediazione di Nelson Mandela, su una nave a largo di Pointe-Noire. Non si arrivò a nessun accordo tra le due parti, perchè la richiesta di Kabila fu la partenza immediata di Mobutu, senza nessuna condizione o compromesso.

Dopo la caduta del regime di Mobutu il Congo attraversò un periodo di conflitti e di destabilizzazione politica?

Le prime truppe di Kabila, formate da “bambini soldati” tutsi, ruandesi, burundesi, ugandesi e da soldati professionisti, entrarono a Kinshasa la mattinata del 17 maggio 1997, annunciando fin da subito che l’Alleanza delle Forze Democratiche di Liberazione del Congo, l’organizzazione dei ribelli, sarebbe andata al potere in Zaire, trasformandolo nella “Repubblica Democratica del Congo”, la denominazione che aveva acquisito prima dell’avvento del regime di Mobutu. È vero che il Ruanda e l’Uganda, attanagliati dalla guerriglia, stavano pretendendo troppo dal loro vecchio protégé Kabila, chiedendogli di mantenere la promessa che quest’ultimo aveva fatto di cedere loro una parte del territorio congolese, ricco di diamanti e di oro. Questi due Paesi, dapprima alleati di Kabila, poi divenuti suoi acerrimi nemici, avevano finito per combattersi tra di loro direttamente in territorio congolese con le armi fornite dalle multinazionali. Il Paese era spaccato in due, con la zona orientale controllata dai ribelli. Il 16 gennaio 2001 lo stesso Kabila fu eliminato nel suo ufficio con la complicità di alcune sue guardie del corpo e al potere, con elezioni manipolate, si insediò Kabila Josephe, il figlio “Impostore”. In conclusione possiamo affermare che “la guerra mondiale africana” (1998 – 2003) ha provocato tre millioni e mezzo di morti e due milioni e mezzo di rifugiati. Tutto girava solo intorno al traffico d’armi e allo sfruttamento delle materie prime. È stata una guerra voluta e provocata dalle multinazionali.

La dolorosa storia del Congo non è servita a evitare gli errori del passato, considerato che in Africa ci sono oggi ancora conflitti e violazioni dei diritti umani?

La storia si ripete. Purtroppo siamo abituati a pensare che i conflitti africani, le cosiddette “le guerre etniche”, siano causati da conflitti tribali ma non è affatto cosi. In RDC, per esempio, la vera causa è un minerale. Ci sono ruandesi, ugandesi, burundesi che si presentano come ribelli dissidenti, ma vengono da noi per fare gli addestramenti militari. Ancora oggi c’è un piano di destabilizzazione e di balcanizzazione del Congo a opera di forze internazionali. Le multinazionali, per camuffarsi usano i tutsi,  che a loro volta cercano di approfittare della situazione e di sottomettere i proprietari di terre in Congo. Addirittura tagliano le teste alle persone per far paura al popolo, cosiché i proprietari terrieri abbandonino zone ricche di minerali. La stessa Ebola, che è stata creata in laboratorio per sterminare il nostro popolo, provoca insicurezza. Tanti bambini rimangono senza i genitori e poi qualcuno di loro è costretto a lavorare nelle miniere o finisce direttamente come carne da macello nel mercato degli organi umani. Le multinazionali, a loro volta, non pagano le dogane, assumono lavoratori in nero e quando capitano crolli nelle miniere non si assumono responsabilità. I cinesi, per esempio, prendono i bengalesi o i filipini per lavorare, danno loro una misera paga sfruttandoli. Hanno dimenticato come erano sfruttati da Leopoldo II nella costruzione della ferrovia. Ancora oggi sono di grande attualità le parole: “Chi ha il Congo ha tutta l’Africa” e la comunità internazionale, chiudendo gli ocсhi, permette alle multinazionali di Paesi stranieri (Stati Uniti d’America, Cina, India, Israele, Belgio, Francia,…) di conquistare la nostra terra.

Dopo il tramonto arriverà mai l’alba nel cuore di un continente che da anni è vittima di uno sfruttamento scellerato delle proprie risorse, tanto da diventare un vero e proprio “scandalo geologico”?

Resta solo la speranza. Il sogno che un giorno riusciremo finalmente a diventiamo un grande Paese vereamente libero non mi fa dormire, perchè il popolo congolese, che per sua natura ama vivere, cantare, ballare, fare musica, più di tanti altri popoli africani, purtroppo, è stato coinvolto nel vile gioco dei materialisti. Non ci piace sentire la parola “guerra”, ma per anni siamo stati costretti a rinunciare alla parola “pace”, vivendo di stenti e di privazioni, senza una dignità che ci apparteneva di diritto. Bisogna continuare a lottare contro ogni ingiustizia. Spero di poter far arrivare questo mio messagio a più persone possibili con il mio libro, di cui sto adesso scrivendo un’edizione aggiornata.

Mariia Boiko

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Leila Tavi

Leila Tavi is a journalist specialized in Russian Politics and Culture and PhD c. in Russian History at the University of Vienna under the supervision of Prof. Andreas Kappeler. She studied Political Science in Vienna and Rome, graduating in History of Eastern Europe at Roma Tre University, with Prof. Francesco Guida and a thesis on travel reports about Saint Petersburg by West Europeans at the beginning of the XIX Century. Previously she obtained a degree in Foreign Languages, with a specialization in German Philology at the University of Rome «La Sapienza». Her new book "East of the Danube" is coming soon.

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