“Dark Night ” di Tim Sutton: l’alienazione in cinemascope

 

Dark Night conclude la nostra rassegna sulle stragi da arma da fuoco. Il film è stato presentato alla Biennale del Cinema di Venezia nel 2016, nella sezione “Orizzonti”. Un nome, un programma? Nel caso di Sutton no; vi spiegheremo nel corso della recensione il perché di questa affermazione.

Il regista prende ispirazione dalla strage di Aurora (Colorado) del 2012, nella quale il ventiquattrenne James Holmes aprì il fuoco durante la proiezione del film Il cavaliere oscuro – Il ritorno (titolo in lingua originale The Dark Knight Rises), uccidendo 12 persone e ferendone 58.

Scheda tecnica
  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2016
  • REGIA: Tim Sutton
  • ATTORI: Anna Rose Hopkins, Robert Jumper, Karina Macias, Aaron Purvis, Rosie Rodriguez
  • SCENEGGIATURA: Tim Sutton
  • FOTOGRAFIA: Hélène Louvart
  • MONTAGGIO: Jeanne Applegate
  • MUSICHE: Maica Armata
  • PAESE: USA
  • DURATA: 85 Min

 

Una pupilla in primo piano. Luci blu e rosse lampeggiano velocissime e si riflettono nella retina di un occhio. Solo in un secondo momento l’osservatore capisce che si tratta dello sguardo vuoto, assente e tramortito di una ragazza seduta su un marciapiede al di fuori di una sala cinematografica, nella quale è avvenuta poco prima fuori campo, la scena di un crimine indefinito. Davanti a lei una macchina della polizia.

Si apre così Dark Night di Tim Sutton, un lavoro curato nei minimi dettagli e basato sull’osservazione, come ha riferito il regista stesso. Per tutta la durata del film lo spettatore rimane incollato allo schermo per cercare di capire il messaggio nascosto e a tratti “artificioso”, che il regista ha voluto comunicare. Non ci sono, infatti, intenti esplicativi ed è proprio questa la chiave del film. Ecco perché non si deve pensare a Dark Night come ad un film in cui la violenza, specialmente quella fisica, è la protagonista.

Secondo il regista sono le immagini a dover parlare, attraverso una serie di sequenze visive a volte lunghissime e persino angosciose. Tim Sutton gioca spesso con dei focus puntati sui volti di quelli che sono i protagonisti del film, ovvero sei sconosciuti, i quali vivono la loro vita occultando e reprimendo i loro sentimenti. In loro si evince una profonda lacerazione e si percepisce la sensazione di un horror vacui perenne.

Dark Night, facendo leva sulla strage di Aurora, mostra non solo alcuni episodi della vita dell’omicida, (un ragazzo dagli occhi blu, con una serie di problematiche evidenti) ma anche di altre persone: un veterano di guerra, una ragazza ossessionata dai selfie, alcuni skaters, la difficile relazione tra una madre e il figlio adolescente.

Il capolavoro (oserei dire) di Sutton, quindi, mostra senza mostrare. Il regista sembra scrutare da lontano le vite dei protagonisti senza mai andare a fondo, ma rimane in superficie intenzionalmente, quasi a sottolineare quanto la superficialità e l’alienazione (chiavi di lettura del film) della realtà contemporanea siano, forse, una delle cause del disagio più profondo.

La conclusione è altrettanto sconvolgente: l’autore del massacro entra nella sala cinematografica con un sorriso sarcastico sul volto e con fare deciso e disinvolto… Ancora una volta l’intento del regista è quello di non far trasparire l’orrore che sperimentiamo ogni giorno nella realtà quotidiana. Lo consiglio vivamente per l’incredibile efficacia comunicativa: la presenza dell’assenza chiama continuamente in causa lo spettatore, inducendolo a riempire buchi colmi di desideri repressi.

– Sara Tiso

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Foto di copertina per gentile concessione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

Trailer ufficiale del film dal canale Cinelicious Pics.

 

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