Empty: anche un niente può lasciare un vuoto

 

Empty, l’ultimo coinvolgente lavoro della coreografa Paola Scoppettuolo è stato presentato, in occasione della Giornata della Memoria, in prima assoluta alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Paola Scoppettuolo, coreografa e direttrice artistica della Compagnia Aleph e della Piroetta Dance School, già vincitrice del premio “SOS Creatività 2010” come migliore coreografa in Italia nell’ambito della ricerca del teatro e nel 2016 del premio “Aurel Milloss” come migliore coreografa italiana per la danza contemporanea,  ha realizzato fino a questo momento diciotto spettacoli a carattere tematico: Percorsi (1998), Strade (1999), Odissea (2000), Stati di natura (2001), Labirinti (2002),  Frammenti di senso (2003), Medea – Dualismi della passione (2004), Orfeo – La verità e il suo doppio (2005), La carne e il corpo sacro (2006), Corporei silenzi (2007), Congiungimenti (2008), Pietre (2009), Incommunicado (2011) , Voci – Medea ( 2012 ), Assenza (2013\ 14), The Wait (2015), Giornata qualunque An Ordinary Day (2015 \16), Soliloquio2023 (2016 \17)

Nel Luglio 2017 ha inoltre realizzato  il suo primo docufilm dal titolo STILL LIFE – Vite residue, girato nel comune di Romagnano al Monte (paese interamente distrutto dal terremoto dell’ Irpinia del 1980).

Abbiamo incontrato Paola proprio in occasione del debutto di Empty alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma

Ciao Paola, ti ringrazio per avermi dedicato il tempo per questa intervista. Guardando Empty, la prima cosa che mi è venuta in mente è il percorso della donna che si spoglia dei suoi abiti per tornare all’essenziale. Come hai costruito questo percorso e perché lo hai strutturato totalmente al femminile?

Empty è una coreografia nata per una commissione che mi è stata assegnata in occasione della Giornata della memoria e è un percorso di spoliazione del superfluo, di liberazione di alcuni aspetti di vanità che appartengono al femminino. Il lavoro ha una struttura particolare, perché è senza musica: si usano i suoni del corpo, il rumore delle scarpe sul pavimento, si pronunciano solo alcune frasi in momenti precisi e la performance è una metafora della vita: la coreografia, infatti, inizia di schiena e termina di schiena, con la sparizione delle danzatrici.

Guardando i gesti, i movimenti e l’armonia delle danzatrici tornano alla mente immagini di un archetipo della figura femminile ispirate alla donna “primitiva”. Ti sei ispirata a qualcosa in particolare?

L’ispirazione a volte la riconosci solo dopo averla realizzata. Ho cercato di costruire un femminino mesopotamico egizio e volevo dare l’idea che le donne fossero un’opera d’arte, quindi sono andata a cercare nei mercatini dell’usato alcuni paralumi che ho creato e bardato grazie anche alla collaborazione della mia danzatrice architetta, Marianna Volpe, costruendo una calotta per fare in modo che questi paralumi rimanessero stabili sulla testa. “Costruendo” l’immagine femminile, volevo dare la sensazione che la donne è un’opera d’arte e più la si spoglia e più si riscopre il senso.

In alcuni momenti della coreografia richiama la poetica di Alda Merini. Le sue parole sembrano nate a volte per sottolineare un’emozione, altre volte per interrompere un ritmo e crearne uno nuovo, forse. In che modo hai usato la poesia di Alda Merini?

La poesia di Alda Merini mi accompagna dal 2007 (Corporei  silenzi) e fa parte delle mie autrici preferite assieme a Sylvia Plath, forse perché c’è questa lieve e folle isteria, che appartiene al femminino assieme a un grande eros. Recentemente mi è stato regalato il libro Aforismi e magie di Alda Merini, in cui la scrittrice, assieme a delle brevissime frasi che importo in parte nel mio lavoro, fa anche dei disegni. Uso le espressioni “Faccia da ortica” “Tutte le ombre hanno le loro vertigini” “Senza peso “ Senza niente” “Sola”, sono tutte frasi molto incisive che ho estrapolato da suoi aforismi perché secondo me Alda Merini ha dato il meglio di sé anche in queste brevi riflessioni che faceva la sera durante il suo periodo manicomiale.

Molto toccante è il finale di Empty, che termina con la sparizione delle danzatrici. Lo hai pensato e strutturato come fine di un percorso emotivo/esistenziale?

Sì, da un certo punto di vista  è la fine di tutto.  Con Empty volevo dare l’idea di un percorso transitorio,  volevo trasmettere il senso di passaggio e di sparizione di queste donne che dopo trenta minuti di performance/installazione, lentamente scompaiono gridando “Stanca “ e “Sola”, perché credo che queste siano anche le caratteristiche tipiche delle donne di oggi.

Paola Scoppettuolo, assieme a diversi altri progetti, sta collaborando a un progetto artistico-fotografico contro la violenza sulle donne che la vede protagonista, dal titolo Narciso ed Eco, in cui si parla chiaramente non solo di violenza fisica, ma soprattutto di una violenza più sottile e subdola, ma ugualmente devastante.

Sarah Mataloni

Foto: © Diego D’Attilio

 

 

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