Once we were strangers di Emanuele Crialese

Nel lontano 1974, il regista Franco Brusati con il suo Pane e Cioccolata, ci presenta Manfredi, un giovane che per essere accettato in una Svizzera austera, arriva a snaturarsi e a nascondere quasi totalmente la sua natura di italiano.

Il film di Brusati non è propriamente una commedia, nonostante alcuni momenti facciano ridere in effetti, e così è per il primo lungometraggio di Crialese.

Antonio è un cuoco che viene licenziato per essersi rifiutato di cucinare la carbonara con l’aglio. Questo suo tentativo di restare il più possibile rispettoso della propria identità di italiano, lo ripagherà perchè in quel momento conoscerà Ellen. La ragazza molto presto abbandonerà Antonio per andare a Parigi.

Ellen è una speaker radiofonica e la sua voce risuona come la voce dell’America che si fa coro delle mille etnie che la abitano.

Il miglior amico di Antonio è Apu, fa la cavia umana per mantenere la sua promessa sposa, Devi.

Devi è un personaggio molto bello. Ci si affeziona. All’inizio è una donna umile e semplice e timida, poi, per piacere al suo uomo, erroneamente copia i costumi dell’America. Trucco, parrucco e vestiti leopardati, però, non basteranno per integrarsi e capire davvero gli Stati Uniti, se non quelli di cui si è fatta idea guardando la televisione. Alla fine del film, ritornerà la regina indiana del suo uomo che aveva perso il desiderio solo a causa delle medicine che testava.

Dicevamo che il film non è proprio un dramma, ma neanche una commedia. Un po’ tutte e due si potrebbe dire. A livello ideologico, è un film potente nella sua leggerezza interiore.  Le persone che vengono sradicate dalla propria terra vivono un disagio che è legato alle presumibili difficoltà lavorative, eppure anche queste diventano motivo di espressione della forza umana e della sua bellezza. Io, pur di lavorare, vendo tutto di me persino il mio corpo come modello o lo cambio internamente sperimentando delle medicine. Il dramma arriva ad essere cellulare.

La maschera è totale. Una donna portatrice dei valori estetici forse più raffinati al mondo, Devi, si fa soubrette televisiva. Anche in questo c’è qualcosa di, non malato, ma magari tremendamente malinconico. Una donna sceglie la rappresentazione di un tipo di sè, non reale, ma pescato dai programmi televisivi.

In un momento del film, i nostri protagonisti diventano altro. Abbiamo l’impressione di seguire  qualche vicenda, ma è come se perdessimo le loro presenze. Osserviamo gli effetti dell’omologazione?

Un film poetico è Once we were strangers, un film sull’assenza e sul ritorno all’esser-ci, all’essere tra noi.

Un film in cui il noi ci salva. Le relazioni umane son la regola comportamentale dell’essere.

La struttura del dialogo è semplice e la natura intimista. A livello narrativo, ci troviamo ad ascoltare parole e concetti semplici, mentre vediamo mutazioni umane.

Il figurativo, del resto, ce lo dice. Le strutture visive del cinema si districano mostrandoci la realtà americana e infatti alcuni dettagli son proprio da cinema classico americano, certe macchine e certi spazi e le strade, per coniugarsi con i dettagli di sotterranei dove vive un’altra umanità o di un ristorante, non-luogo dove tutti possono, anzi lavorano.

Del cinema di Emanuele Crialese abbiamo il senso di umanità e del mitologico.

Lo spettatore perde il respiro nel nuovomondo e lo ritrova sulla terraferma della mente che si specchia in tutto ciò che è altro. Crialese fa emozionare come un poeta persiano.

 

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