Atlantis: un film sul ritorno alla vita dopo il conflitto nel Donbass

 

Atlantis, il film sul Donbass del regista ucraino Valentyn Vasyanovych, è stato premiato nella sezione “Orizzonti” alla 76. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Un giorno, quando il conflitto terminerà, quando il mito del Donbass industriale sarà distrutto e di quel territorio resterà solo deserto e terra bruciata, la situazione ecologica sarà divenuta disastrosa – a quel punto un uomo cercherà la forza per continuare a vivere in un mondo non più adatto alla presenza umana. Valentyn Vasyanovych, regista ucraino, ha presentato il suo nuovo film, una distopia futura sul presente doloroso del suo Paese, alla 76. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. La sezione “Orizzonti”, in cui Atlantis è stato acclamato come il miglior film, è il secondo programma più importante del Festival e si svolge in parallelo con il concorso principale. Sono selezionati film a soggetto e documentari che rappresentano le nuove tendenze dello sviluppo del cinema mondiale. Quest’anno per la vittoria erano in competizione diciannove lungometraggi.

Atlantis

Valentyn Vasyanovych è noto a livello internazionale come regista, produttore e direttore della fotografia. Ha ideato e diretto vari film, tra cui Contro il sole, Kredens Black Level. Quest’ultimo è stato selezionato come film ucraino candidato al premio Oscar. Vasyanovych ha curato la fotografia del cult The Tribe di Myroslav Slaboshpytskyj, che è stato riconosciuto come miglior opera presentata al Festival Internazionale del Cinema di Milano e ha ottenuto il Gran Premio della Settimana della critica al Festival di Cannes 2014. The Tribe è il primo film a essere girato senza parole – esclusivamente nella lingua dei segni ucraini, senza sottotitoli, didascalie o voci.

Atlantis ci trasporta in un futuro prossimo. I primi frame del film agli infrarossi riportano alla mente la guerra tra la Russia e l’Ucraina – tre soldati armati uccidono e seppelliscono un prigioniero. I sottotitoli seguenti annunciano che le scene successive si svolgono nel 2025, che dovrebbe essere l’anno che segue alla fine delle ostilità. Il protagonista Sergij, un ex soldato, torna dal fronte e cerca di vivere “in pace”. Per superare la sindrome da stress post-traumatico, insieme a un suo compagno nel conflitto, Ivan, trova lavoro in una fonderia. Dopo poco tempo l’azienda chiude. Il mondo che esisteva prima della guerra – non esiste più… il Paese è in rovina, il Donbass subisce una catastrofe ecologica e somiglia a un deserto inadatto a essere un habitat umano. L’idea di avere un futuro migliore sembra a Sergij impossibile, soprattutto dopo che il suo miglior amico, Ivan, si suicida, gettandosi nel metallo fuso. Solo unendosi alla missione umanitaria Tulipano Nero, specializzata nel recuperare cadaveri di guerra, il protagonista riesce a trovare la forza per andare avanti, pensando che le cose potranno ancora cambiare.

Atlantis

La trama del film Atlantis è ambientata nel Donbass ormai libero, ma distrutto dalle azioni militari. Sullo sfondo un disastro ambientale, che rende quella regione non più adatta alla presenza umana. Il regista pone l’attenzione sul fatto che le riserve d’acqua potabile sono esaurite a causa del conflitto nell’Ucraina orientale, così il Donbass si è tramutato in un deserto senza vita, come Chernobyl. Centinaia di miniere, da cui un tempo era pompata l’acqua, sono abbandonate e allagate, da questi luoghi l’acqua avvelenata penetra nei pozzi e nei fiumi. Quando il protagonista si lava in una vasca nel mezzo di un campo aperto trasmette un’impressione incredibile e lascia riflettere. Si tratta di un disastro ecologico, che è stata, in larga parte, la guerra a causare.

Vale la pena notare che il punto di vista di Vasyanovych sulla catastrofe ecologica ha una base realistica e comprovata. Per duecento anni della sua storia industriale il Donbass ha cambiato radicalmente i parametri dell’ambiente – atmosfera, acqua, biosfera e terra. Lo stato ecologico della regione, anche senza la guerra, era già stato segnato dalle industrie che hanno riversato sostanze inquinanti nella terra e nell’acqua.  Questa regione era nel 2016 al primo posto in Ucraina in termini di emissione velenose. Quando, a causa degli azioni militari, il carico industriale si è fermato, il livello delle acque sotterranee è salito. Con le acque delle miniere, che contenevano gli elementi tossici, la qualità dell’acqua potabile diminuiva sempre più. L’organismo europeo Center for Humanitarian Dialogue ha dimostrato che il novanta per cento dell’acqua prelevata dai pozzi privati tre anni prima era già scarsa, a livelli allarmanti. Secondo l’ambientalista e idrogeologo Evghen Yakovlev quasi la metà del territorio del Donbass potrebbe non essere più idoneo a garantire la presenza umana. Il sottosuolo, contaminato dalle esplosioni militari, per anni ha accumulato una pericolosa quantità di elementi tossici e l’agricoltura su questo terreno potrebbe, in un futuro prossimo, diventare impossibile.

Atlantis

Sullo sfondo del conflitto militare il regista, per evitare di creare un eroe e un antieroe, per non dare al film un segnale politically incorrect non racconta la guerra. Si concentra sulle conseguenze che essa porta con sé, che essa sta lasciando alle spalle – la devastazione di territori, l’inquinamento, le macerie, la depressione e la disperazione. Anche la scena del rapporto intimo nell’obitorio accanto ai sacchetti di plastica con cadaveri dimostra la trasformazione, non solo di quel territorio che ha subito la guerra, ma anche dei sentimenti – dai romantici ai depressi.

Il regista ha voluto andare oltre i semplici fatti e spostare la narrazione in un futuro distopico, riflettendo su ciò che sta accadendo. Vasyanovych ha dichiarato:

Solo ora i cineasti stanno iniziando a parlare di questi eventi, ma la maggior parte della società preferisce ancora ignorarli. Quando affronti qualcosa di spaventoso, continui a dirti che non esiste. Ma non funziona cosi: in questo modo, eviti semplicemente la situazione, che alla fine può solo peggiorare”.

Una dei temi centrali di Atlantis è il dramma di un uomo, affetto da una sindrome da stress post-traumatico, che ha davvero combattuto la guerra e deve ritrovare una motivazione per continuare la sua vita e adattarsi alla nuova realtà. Stiamo parlando di soldati che dopo aver affrontato i conflitti armati non riescono a trovare il loro posto in questo mondo come uomini liberi. Secondo le statistiche internazionali, il venti per cento dei militari smobilitati soffre potenzialmente di disturbi post-traumatici da stress, i cui sintomi si manifestano nel corso degli anni. Subiscono una sindrome cronica dello stato psicologico, caratterizzato da pensieri costanti su eventi traumatici, attacchi di panico, vuoto emotivo, pensieri di suicidio. Quando una persona affronta eventi che mettono la sua vita a repentaglio, come guerre, attacchi terroristici, disastri naturali, violenze, accumula dentro sé uno stress traumatico, che può trasformarsi in una reazione psicologica molto grave. Se non si è in grado di superare questa condizione patologica, la possibilità del verificarsi i disturbi post-traumatici da stress è alta. A proposito di conflitti armati, questa malattia può presentarsi non solo in ambito militare, tra i veterani che sopravvivono alla guerra, ma anche nella popolazione civile. Secondo il rapporto dell’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv e del Swiss Cooperation Bureau, nel 2018, quasi il quaranta per cento dei residenti del Donbass ha subito traumi che hanno causato lo stress, la depressione, l’ansia e il disturbo post-traumatico da stress.

Infatti, solo lavorando accanto ai volontari della missione umanitaria Tulipano Nero, Sergij cerca di ritrovare la forza per vivere nel dopoguerra. Le inquadrature scioccanti del film che fanno riferimento a eventi realmente accaduti, raffigurano i corpi quasi decomposti di soldati uccisi, prelevati dalle tombe come corpi ancora ignoti per identificarli. Dimenticati, spezzati, perduti come Atlantide, aiutano a trovare la vita nella morte, la speranza nella disperazione. Il regista immerge lo spettatore nella prospettiva ottica blu-arancione della termo-camera, che disegna la vita e la morte a seconda della presenza del calore nei corpi umani. Va sottolineato che la missione Tulipano Nero è esistita davvero dal 2014 al 2016, nell’ambito del progetto chiamato Evacuazione 200 delle forze armate ucraine. Il suo compito principale era la ricerca di corpi di militari ucraini e dei rappresentanti di altre forze militari durante l’operazione denominata “antiterroristica” nel Donbass. Per l’intero periodo di lavoro la missione ha trovato ed evacuato i resti di 858 morti su entrambe le linee del fronte. Secondo i partecipanti alla missione la guerra non sarà finita fintanto che l’ultimo soldato non sarà sepolto.

Atlantis sembra un concatenarsi di episodi di fronte a una telecamera statica, senza primi piani ma con dialoghi, che contribuiscono a creare un’atmosfera surreale abbinata a uno stile documentaristico. Per creare una riflessione vera sul conflitto il regista ha coinvolto solo attori non professionisti, persone che hanno davvero vissuto sulla propria pelle la guerra. Questo è chiaramente visibile sia negli sguardi che nel comportamento dei protagonisti dell’opera. Tra loro ci sono volontari, soldati delle forze armate ucraine, veterani e popolazione civile. Il filmato è stato girato principalmente dentro e intorno a Mariupol.

Uno dei ruoli principali è stato interpretato da Andrij Rymaruk,  un ex militare che ha combattuto la guerra e ora lavora per la Fondazione Ritorna vivo. Così ha commentato Rymaruk il suo ruolo:

Il mio eroe è un ragazzo semplice, un operaio che ha attraversato la guerra, con un carattere calmo ma tante volte esplosivo. Mi assomiglia, ha subito delle perdite dolorose durante il conflitto. Anche i miei amici sono stati uccisi, anche io stavo scaricando come lui i corpi strappati dalle esplosioni”.

Per il ruolo femminile è stata scelta Liudmyla Bileka, un ex paramedico che ha creato un centro di formazione di medicina tattica. Il suo personaggio Katia, che lavora nella missione Tulipano Nero, aiuta il protagonista a cambiare la sua visione del mondo e a capire che, nonostante tutto, bisogna continuare a vivere, che dopo ogni tramonto arriva l’alba.

Grazie alla forza della regia, Atlantis ci racconta la guerra in modo crudo, con tutte le sue conseguenze devastanti, visibili come la tragedia ecologica e non visibili come l’anima dei sopravvissuti, macchiata dal sangue e dall’orrore del conflitto terribile, così come la vita delle persone che non fanno ritorno dal fronte. Secondo i dati delle Nazioni Unite, da aprile 2014 alla fine del 2018, a causa della guerra nel Donbass sono state uccise circa 13 mila persone, di cui 3.300 tra la popolazione civile, 4.000 tra i militari dell’esercito ucraino e 5.500 tra i membri di gruppi armati sostenuti dalla Russia.

Atlantis sarà proiettato prima ai festival internazionali e solo dopo il regista ha programmato una anteprima nazionale al Festival di Odessa. Nei cinema uscirà tra settembre-ottobre 2020. Dopo Venezia, a novembre, il film ha ricevuto il premio speciale dalla giuria del Festival Internazionale di Tokio e ha ottenuto il Gran Premio di Minsk, in Bielorussia.

Mariia Boiko

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Photos: courtesy Mostra Internazionale del Cinema di Venezia

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Leila Tavi

Leila Tavi is a journalist specialized in Russian Politics and Culture and PhD c. in Russian History at the University of Vienna under the supervision of Prof. Andreas Kappeler. She studied Political Science in Vienna and Rome, graduating in History of Eastern Europe at Roma Tre University, with Prof. Francesco Guida and a thesis on travel reports about Saint Petersburg by West Europeans at the beginning of the XIX Century. Previously she obtained a degree in Foreign Languages, with a specialization in German Philology at the University of Rome «La Sapienza». Her new book "East of the Danube" is coming soon.

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