Diario di un’adolescente in All Star: il primo appuntamento

Roma, primavera 1991

Era lì, davanti al mio banco, potevo vederlo ogni mattina, così vicino eppure così irraggiungibile ai miei occhi …
Il mio mito e il mio primo amore: Matteo Leali, decisamente un bel moretto.
Non so a distanza di quindici anni come sia diventato…forse – per una sorta di giustizia universale – ora è un mostro, pieno di brufoli e senza capelli, ma in seconda media era davvero un bel tipo: occhi vispi, naso pronunciato, spalle perfette, fisico asciutto, sorriso smagliante e battuta pronta.
Insomma mi piaceva da matti e non ero ancora riuscita a spiccicare parola: davanti a lui rimanevo bloccata e incapace di pronunciare il più banale e riconoscibile suono.
Lo vedevo ogni pomeriggio davanti ai giardinetti con il suo gruppo, sempre a scherzare con Marina, bellissima moretta, Laura, già esperta e sveglia, Liliana, gambe snelle e lineamenti perfetti…tutte perfettissime e tutte per lui e pochi altri eletti.
Il gruppo dei ‘Fighi’… .Che ovviamente non includeva me…
Potevo io, con i miei modi goffi, l’apparecchio ai denti, la mia imbranataggine, andare da lui? Per dire cosa?
Poi c’era la più bella, la gattina dolce e indifesa che con i suoi modi avrebbe rintontito anche una mummia, Charlotte.
Sempre vicina a lui, sempre appiccicata a Matteo.
Era la mia più cara amica (o meglio, io ero la sua ombra), visto che andare in giro con la più popolare della scuola allora significava essere invisibile.
Charlotte era una Barbie in miniatura: ovale perfetto, capelli lunghi e sempre profumati (per comodità li portavo cortissimi), fisico perfetto e già modellato (fino a quattordici anni invece io ho sempre avuto un po’ di pancetta), vestiti intonati alle scarpe e modi sempre garbati e misurati.
Una volta, per guardare Matteo, che stava scendendo la rampa di scale con il suo passo deciso e sicuro, inciampai davanti all’aula di artistica su un cavalletto: lui (che ovviamente si era reso conto del mio sguardo insistente) sorrise e io mi sbucciai il ginocchio.
Ecco, fino a quel momento era l’unico modo in cui ero riuscita a farmi notare da lui. Mi accompagnò in infermeria.
Insomma ero un’adolescente tipica ma attorno a me pullulavano tutte ‘strafighe’ pronte a cuccarsi il Mio Matteo. O almeno io la vedevo così.
Un giorno, non so sotto quale incantesimo, non so per quale strano motivo ruppi gli indugi: “Che fai oggi pomeriggio, vieni alla festa di Monica?”. Finalmente avevo parlato, lo stavo invitando ad una festa…oddio che imbarazzo, che coraggio…e quanta audacia!!!
Sorridendo (lo faceva con chiunque, anche con i supercessi) e sfoderando i suoi centocinquanta denti: “ Sì, certo, vogliamo andarci assieme?”.
Riuscii solo a rispondere sì con la testa senza azzardare altri movimenti (avevo paura di rovinare tutto, di cascare per terra, di balbettare o chissà cosa) .
Matteo aveva accettato di venire con me alla festa di Monica, ero su di giri, al settimo cielo, quel giorno era il più felice della mia vita (a dodici anni si è felici con poco).
Ora veniva il punto tosto: la preparazione.
Buttai giù di colpo tutti i vestiti dal mio armadio: gonne corte, abitini, jeans e magliette attillate, e alla fine scelsi un abitino azzurrino corto che metteva in evidenza-senza esagerare- le mie forme.
Mise per conquistare Matteo: abitino corto fiorato con sfondo azzurro, All Star ai piedi, un po’ di gel ai capelli, trucco leggerissimo..
Per l’occasione comprai un lucidalabbra della Deborah color mattone (che a me sta malissimo come tonalità) e un mascara blu (non lo sapevo usare, ma mi aiutò una mia amica più sveglia).
Arrivai trionfante in ritardo di 15 minuti (le donne si fanno attendere) a casa di Monica.
Ero raggiante, solare e bella come mai (almeno, così mi sentivo); mi aprì la porta la sorella della festeggiata e lo vidi subito: affascinante, bello, splendente ed evidentemente spalmato al muro in atteggiamenti equivoci con la mia carissima amica Charlotte.
Già, si stavano baciando.
Non mi ero mai sentita tanto ridicola, tanto fuori posto e tanto inadeguata.
La mia cotta continuò fino alla fine delle scuole medie: chiusa in un dignitoso silenzio non cercai più contatto con Matteo.
Non riuscii mai a capire se fu una questione di ritardo.
In fondo, in alcuni momenti la tempistica è tutto.

Sarah Mataloni

Foto di copertina di SplitShire pubblicata su Pexels con licenza CCo License

 

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