Kafka il digiunatore: l’alienazione implosiva dell’artista

Al Teatro dei Conciatori di Roma, dal 31 gennaio al 12 febbraio 2017, è andato in scena Kafka il digiunatore, un monologo struggente che esplora il rapporto tra l’artista e il mondo circostante, interpretato magistralmente dall’attore Luca De Bei.
Il racconto, che Kafka decise di salvare dall’oblio, sembra legare profondamente lo scrittore praghese al protagonista del racconto: l’artista del digiuno, solo nella sua gabbia, è circondato da una folla famelica di notizie e appare avulso dalla realtà e slegato da ogni cosa.
Il suo digiuno diviene un “mestiere”e inevitavilmente attira gli sguardi increduli dei passanti.
Lentamente, esaurita la vuota curiosità della gente, il digiunatore capisce di essere fuori moda e oltrepassa la soglia che separa la vita e la morte fino a sparire, fisicamente e psicologicamente.
Nel racconto di Kafka interpretato da De Bei risalta l’isolamento e il senso di estraneità dell’artista, incapace di rapportarsi col mondo e chiuso nella sua simbolica, -ma anche fisica- gabbia.
La solitudine umana, è una delle tematiche più presenti negli scritti dell’autore praghese, che sono piene di personaggi dilaniati da un indecifrabile senso di angoscia e tormentati da un tortuoso rapporto con la società in cui vivono.
Nel Castello, l’”agrimensore” K. cerca spasmodicamente di ottenere il posto di lavoro promesso dal “Signore” del castello, e il suo rapportarsi con il mondo circostante e con gli “emissari” è una continua fonte di delusione, frustrazione e incapacità di capire.
Il simbolico castello è irraggiungibile, fitto di enigmi e di domande senza risposta: ogni azione è limitata e ostacolata da una successione di eventi che rallentano il raggiungimento dell’obiettivo, rendendo il protagonista ancora più solo e ai margini.
Nel Processo, un procuratore di banca viene accusato e processato per inspiegabili motivi, non conosce le proprie colpe ed è quindi assolutamente incapace di difendersi; Josep K., abbandonato dalla giustizia, è vittima di un labirinto burocratico senza vie d’ uscita.
L’inaccessibilità simbolica del “tribunale” rimanda a un senso continuo di estraneità e di mancate risposte: lo sfortunato protagonista di questa farsa non può far altro che “accettare” la situazione e soccombere davanti ai suoi carnefici.
In Kafka il digiunatore, portato in scena da De Bei, la riflessione è più intima e riguarda il rapporto tra l’artista e il suo mondo interiore: incompreso da molti, l’artista del digiuno trova felicità nella privazione del cibo, simbolo del distacco dalla materia, dalle abitudini e dalle convenzioni.
E’ il ritratto di un Kafka più maturo, debole, malato e sempre più distante dal contesto in cui vive: lo scrittore praghese si sente ignorato, proprio come il digiunatore nella fase finale del racconto.
Il sentimento di alienazione è presente in molti scritti di kafka, ma nel “digiunatore” la prospettiva diventa interiore: non ci si appella più a un mondo incomprensibile fatto di regole indecifrabili, ma la risposta, è dentro sé stessi, e l’unica via per elevarsi e per purificarsi è il distacco dalla materia.

Immagibe di copertina di Spritzfellow licenza CC BY-SA 2.0

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