Trainspotting: un viaggio anarchico sui binari del disincanto giovanile.

Marco Bellocchio, Riccardo Festa e Valentina Cardinali (foto di R. Franceschi per Q.d.A.)

Dopo oltre 20 anni dall’uscita dell’ irruento film di Danny Boyle, e dell’omonimo romanzo di Irwin Welsh, Trainspotting, torna a teatro, in scena dal 19 al 21 gennaio 2017 nella suggestiva cornice delle Carrozzerie not.
L’atmosfera dello spettacolo di Sandro Mabellini è fin da subito immersiva e i protagonisti si mostrano immediatamente al pubblico, spogliati dei loro abiti, e liberi da ogni pudore: sono seduti in attesa di un treno ( da qui il titolo del film) cercando di ingannare il tempo e la vita, consumata con indolenza tra scorribande, piccoli furtarelli, e storie senza futuro, in attesa solo della prossima dose.
Mark, Tommy, Alison, Begbie, lentamente e a sprazzi, si raccontano, o meglio, parlano della loro vita ai margini, volutamente non incasellata in mutui da pagare, oggetti inutili, vite uguali e ordinarie.
La narrazione della versione curata da Mabellini è corale, e non privilegia alcun punto di vista (mentre nel film di Boyle il punto di vista narrativo era quella di Mark Renton).
I quattro protagonisti, si muovono in una sorta di voluta anarchia in uno spazio senza definizione, che prende corpo, scena dopo scena, a seconda del racconto preso in esame.
La tenda, al centro della scena, ad esempio, è polifunzionale: a volte rifugio per alcuni di loro, in un secondo momento viene utilizzata come bara, in altri momenti funziona addirittura come nascondiglio.
L’allestimento scenico, semplice ed essenziale privilegia in questo modo il racconto dei quattro ragazzi, accentuando il disordine, il caos delle loro vite e dei loro pensieri.
Frammentati e rabbiosi, i pensieri e le emozioni dei quattro protagonisti (ottime le interpretazioni degli attori) arrivano come un pugno allo stomaco e la scelta di privilegiare il gruppo e non un punto di vista in particolare, risulta azzeccata, poiché permette allo spettatore di vivere un universo, un’atmosfera, e non una singola vita ai margini.
Tuttavia, in questa dimensione spaziale poco definita e caotica, alcuni oggetti scenici sembrano ripetersi, (come i microfoni utilizzati da ogni protagonista per il racconto) e nella scelta di una voluta caoticità, la ripetizione stride con il senso dello spettacolo, perché riporta ad una linearità dimensionale che sembra non rispecchiare il mondo di chi sceglie di vivere alla giornata, solo in vista di una probabile quanto agognata dose.
Nel susseguirsi delle vicende, tra improbabili colloqui di lavoro, piccole risse, ricordi confusi, le scene di gruppo sotto effetto di droga, risultano toccanti e realiste, come arriva perfettamente il disincantato distacco di chi, preoccupato solo sul come farsi, non percepisce la gravità di alcune situazioni ( la morte della bimba di Alison).
Talvolta, per alcuni di loro, e solo per brevi momenti, si affaccia la possibilità di una vita normale: la scena di Mark sulla metro in crisi d’astinenza, circondato dalle voci degli altri che lo ossessionano con un ritmo martellante, è molto calzante e sembra rappresentare a pieno le voci e i pensieri interiori che lo tartassano.
In un mondo che sembra liquidare chi si comporta in maniera diversa, Mark, Tommy, Alison, Begbie, cercano di placare la loro sete di vita affidandosi ad ogni genere di droga, pur di non scegliere ”la macchina, la lavatrice, pur di non star seduti su un divano a guardare i giochini alla televisione, pur di non distruggere il cervello e l’anima, o riempire la pancia di porcherie che avvelenano”: la condizione esistenziale di non scelta, è ben calibrata e arriva con intensità nella versione di Mabellini, anche se la durata dello spettacolo risulta eccessiva e in alcuni momenti la narrazione non è particolarmente snella.

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