I campi di concentramento nel mondo globalizzato: una riflessione

I campi di concentramento non sono soltanto un macabro ricordo legato al genocidio ebreo nel periodo nazista e fascista, ai giorni nostri in tutto il mondo esistono ancora zone detentive per le minoranze religiose, etniche, di genere.

I campi di concentramento rappresentano ancora oggi un tangibile esempio della violazione dei diritti umani in un mondo tecnologicamente avanzato, in cui la pratica della tortura e della detenzione è utilizzata per reprimere dissidenti politici o risolvere in modo brutale il problema dei migranti, o ancora per perseguitare le minoranze religiose o etniche. Le condizioni in cui i detenuti vivono in questi “moderni” campi di concentramento sono vergognose: mancanza d’igiene, violenze, abusi, sovraffollamento.

IL TRIANGOLO CORNO D’AFRICA-LIBIA-ITALIA

Parlando di centri di detenzione, fortemente connessi sono gli episodi che accadono in Libia e in Italia riguardo alla gestione dei flussi migratori costanti che provengono dall’Africa Sub Sahariana, soprattutto dalla Somalia e dall’Eritrea. I flussi migratori registrati da questi Paesi sono dovuti a disastri ambientali o a conflitti. Colonne di persone in fuga, con la speranza di riuscire ad attraversare il deserto e un rischioso viaggio in mare, per poi raggiungere l’Italia, vista come luogo di passaggio per proseguire verso la Francia o la Germania, dove iniziare una vita dignitosa insieme ai loro familiari.  I continui sbarchi e, purtroppo, anche naufragi che si registrano lungo le coste del Mediterraneo sono noti all’opinione pubblica italiana, ma cosa succede ai migranti prima di arrivare nel nostro Paese e dopo aver poggiato un piede sul nostro territorio? Il viaggio in mare non è che una delle tante difficoltà che migranti e rifugiati devono subire durante il loro lungo e pericoloso viaggio. La prima tappa è il Maghreb, da cui si raggiunge la Libia, dopo il viaggio della speranza diventa un incubo, perché uomini, bambini, donne sono arrestati in modo arbitrario o rapiti per essere rinchiusi in strutture anguste, di cui lo Stato è a conoscenza, gestite dalla criminalità organizzata. Sovraffollamento, violenze, turture, abusi di ogni tipo, carenza di cibo, limitato accesso ai servizi igienici, all’acqua.

campi di concentramento
BRQ Network, LIBYA, 2011, via Flickr (CC BY 2.0)
Questa la testimonianza di un migrante rinchiuso in una di queste prigioni:

Mangiamo un pane al giorno e uno alla sera, beviamo un bicchiere di acqua sporca a testa. Non ci sono bagni’’.

Ricordiamo il tragico episodio di una giovane eritrea bastonata ripetutamente nella black room, la sala delle torture, allo scopo di registrare un video da inviare alla sua famiglia per chiedere 12.500 dollari di riscatto.

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Paul Mannix, Detention and torture room, Security Prison 21, Tuol Sleng Genocide Museum, Phnom Penh, Cambodia, via Wikimedia Commons (CC BY 2.0)
IL RUOLO DELL’ITALIA

Cosa lega tutto ciò al nostro Paese? Il denaro, è ovvio, la forza che ormai muove il mondo. Con il controverso memorandum Italia-Libia, un accordo rinnovato nel 2020, attraverso cui l’Italia contribuisce al finanziamento della Guardia Costiera Libica e le milizie libiche, insieme alla Francia, per operazioni di salvataggio nel Mediterraneo, ma che in realtà si trasformano in arresti di massa di migranti in difficoltà. Inoltre, in Italia, terribile è la situazione che si registra negli attuali CPR, Centri per il Rimpatrio, strutture di trattenimento per stranieri irregolari disciplinate dal testo unico immigrazione (D.Lgs. 286/1998 anche detto legge Turco-Napolitano). La denominazione iniziale era Centri di permanenza temporanea e assistenza (CPTA), poi definiti Centri di permanenza temporanea (CPT) e, in seguito, Centri di identificazione ed espulsione (CIE). Con il decreto-legge 13 del 2017 i Centri di identificazione ed espulsione (CIE) hanno assunto la denominazione di Centri di permanenza per i rimpatri (CPR, art. 19, comma 1). In questi luoghi vivono relegati i migranti a cui non è stato riconosciuto l’asilo, 45 mila a oggi, una delle cifre più alte di tutto l’Occidente. Il tempo di permanenza varia da sei a dodici mesi, in applicazione delle modifiche apportate in materia dal Decreto Sicurezza varato dall’ex ministro dell’interno Matteo Salvini. Le persone sono veri e propri detenuti, le strutture sembrano carceri, i giornalisti non possono entrare per raccogliere testimonianze e come di consueto ormai subiscono sovraffollamento, scarsa igiene, violenze, abusi.

Il KAECHON INTERNMENT CAMP (N. 14) IN COREA DEL NORD

In Corea del Nord, così come in altre parti del mondo, tuttora sono presenti diversi campi di concentramento. Il dittatore della Corea del Nord, Kim Jong-un, ne nega l’esistenza, ma a oggi abbiamo diverse testimonianze che lo confermano e, inoltre, anche, una precisa collocazione. Purtroppo le persone che vengono rinchiuse in questi campi, solamente poche riescono a sopravvivere e a fuggire. In questi campi i prigionieri sono sottoposti a continue violazioni dei diritti umani tra cui: lavori forzati, privazione del cibo come forma di punizione, la tortura e lo stupro. Tra le diverse testimonianze troviamo quella di Shin Dong-hyuk, nato, cresciuto e fuggito dal campo di concentramento n.14. Per Shin Dong-hyuk il mondo era come il campo di concentramento in cui si trovava sin dalla nascita, quindi, come ha raccontato in una sua intervista:

Pensavo semplicemente che ci fossero persone nate con le armi e persone nate prigioniere, come me. Che il mondo fuori fosse uguale a quello dentro. Forse per questo non ho mai pensato di fuggire”.

Oggi che è un uomo libero, ma con i segni indelebili delle torture a cui è stato sottoposto all’interno del campo di concentramento. Il suo periodo di prigionia è durato 23 anni. Il suo corpo mostra ancora ustioni sulla schiena e sul bacino; le sue caviglie sono deformate, a causa dei ceppi e gli stinchi bruciati dal recinto elettrico nel momento della sua fuga. All’interno di questi campi di concentramento non esiste alcun ideale che riguardi la famiglia, la patria, l’amore o la libertà, esiste soltanto la legge della sopravvivenza. Lo stesso Shin è stato indotto a denunciare la madre e il fratello che intendevano scappare. A seguito della denuncia di Shin, la madre è stata impiccata davanti ai suoi occhi e il fratello è stato fucilato. Shin aveva sempre odiato la madre per averlo fatto nascere in un campo di concentramento, ma è preso dai rimorsi di conscienza per il suo vecchio rancore nei confronti della madre. Come nel film Pietà di Kim Ki-duk, il sentimento che aleggia nel cuore di Shin è il perdono. Shin ha trascorso oltre venti anni in prigione a causa di una legge della Corea del Nord, denominata “Punizione per tre generazioni” e che ha visto trascorrere in detenzione gran parte della loro vita a diversi membri della sua famiglia; oltre a sua madre e a suo fratello, anche gli zii e i nonni di Shin erano rinchiusi nel Camp n. 14.

INDEFFERENZA O CONVENIENZA? IL CASO DEI RONHGYA

I Rohingya sono un gruppo etnico di fede musulmana che risiede principalmente in Myanmar, nello Stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh e che fa parte degli strati più poveri della popolazione. Sono stati oggetto di diverse persecuzioni, ma l’ultima si può definire come un vero e proprio genocidio. Infatti, nonostante la scarsità di informazioni circolata all’interno e all’esterno del Myanmar, molte sono le testimonianze di uccisioni, attacchi di massa o trasferimenti forzati di minori da parte dell’esercito. Non essendo stati riconosciuti come cittadini birmani, non possono muoversi liberamente nel Paese. Sono costretti a vivere in campi sovraffollati fuori dalla città di Sittwe, capoluogo del Rakhine. Dall’agosto del 2017, migliaia di persone, 400mila secondo quanto riporta l’Unicef, sono scappate dal Myanmar e si sono rifugiate nei campi profughi del vicino Bangladesh. Tuttavia, l’aumento dei profughi sta aggravando ulteriormente la situazione nei campi di accoglienza composti da tende e baracche fatte con pezzi di plastica, legno e lamiera. C’è scarsità di cibo e acqua potabile, inoltre le condizioni di vita sono estremamente precarie. Attualmente più di 100mila Rohingya vivono nei campi, dove le autorità li hanno confinati.

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Seyyed Mahmoud Hosseini, Rohingya displaced Muslims, 2017, via Wikimedia Commons, (CC BY 2.0)
La leader democratica del Myanmar Aung San Suun Kyi non ha mai denunciato le violenze contro la minoranza musulmana e continua a non rispondere a tutti gli appelli di ONG e istituzioni internazionali che la avevano invitata, fintanto che ha governato il suo Paese, a porre fine a tutto ciò. In particolar modo, nel settembre 2017, la leader birmana è stata oggetto di critiche da parte di un’altra Premio Nobel per la pace, la pakistana Malala Yousafzai.  Aung San Suu Kyi è stata arrestata, a seguito del colpo di Stato del 1° febbraio 2021.

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Global Media Sharing, Aung San Suu Kyi riceve il premio Sacharov, 2013, via Flickr (CC BY 2.0)
L’ultimo appello a difesa della minoranza religiosa in Myanmar è stato quello del Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, ma ancora una volta il governo birmano ha risposto che sono stati commessi errori di rilevamento e nell’interpretazione dei fatti, senza prendersi le proprie responsabilità. Tuttavia, non c’è dubbio che il vero responsabile sia il comandante in capo dell’esercito Aung Min Hlaing.

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Vadim Savitsky, mil.ru, Il comandante in capo delle forze armate di Myanmar Min Aung Hlaing incontra il ministro della difesa russo Sergei Shoigu, 2017, via Wikimedia Commons (CC BY 2.0)
ARBEIT MACHT FREI

Formazione volontaria al lavoro”o “centri di formazione professionale”, sono queste le definizioni che Pechino dà per indicare alcuni campi che, grazie a Feroza Aziz, diciassettenne che sfida la Cina attraverso Tik Tok, sono stati denunciati. Si tratta di campi di detenzione nel Nord Ovest della Cina, a Xinjiang, dove centinaia di musulmani, tra cui gli Uiguri, sono deportati con regolarità e subiscono delle terribili torture. Dopo l’attacco dell’11 Settembre 2001 negli Stati Uniti, la Cina ha deciso di attuare delle misure restrittive e cautelative nei confronti delle minoranze religiose, in particolare dei musulmani, ritendendo che gli Uiguri siano dei potenziali terroristi, a causa dell’influenza dell’estremismo islamico. Di solito, la polizia convoca gli Uiguri per interrogarli e obbligarli a denunciare parenti e amici, o li blocca alle frontiere. In un secondo momento sono costretti agli arresti domiciliari o, nei casi peggiori, nei centri di detenzione. Le torture e le condizioni di vita a cui sono sottoposti ricordano tristemente quelle degli ebrei sotto il periodo nazi-fascista: sono raggruppati e ammanettati in pochi metri quadrati, senza cibo, costretti a imparare il cinese e i canti di propaganda cinese a memoria. Sono, inoltre, obbligati a ingerire pillole e farsi fare delle iniezioni, che, mascherate sotto il nome di cure di prevenzione a malattie, sono in realtà, esperimenti medici. Chi non obbedisce poi viene portato nella “stanza nera” dove subisce torture come scosse elettriche, abusi sessuali, o estrazione delle unghie. Il governo cinese definisce questi campi come centri di rieducazione, dove il lavoro dovrebbe rappresentare un mezzo di riabilitazione per le persone, il parallelismo con la scritta “il lavoro rende liberi” all’ingresso dei lager nazisti viene spontanea e suggerisce come gli errori passati continuano a ripetersi in modo drammatico.

Noi giovani occidentali, abituati al benessere e alla libera espressione di pensiero e di parola, siamo assaliti da un senso di colpa, perché anche se in modo indiretto, siamo anche noi coinvolti in queste violazioni e suprusi, non facendo abbastanza per i nostri coetani nati sotto un regime totalitario e affinché i diritti umani siano universalmente riconosciuti e rispettati.

Articolo di Sofia Concetti, Flavio di VenturaWeini KalebClaudia Lazzaro del Liceo Terenzio Mamiani di Roma per il progetto Un futuro per i diritti umani

Immagine in evidenza: Adam Jones, Olimpo Detention and Torture Center, Buenos Aires, Argentina, 2011, via Wikimedia Commons (CC BY 2.0)

Video: Viking BooksEscape from Camp 14 – Book Trailer

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