Children leave at Dawn di Manon Coubia: l’addio di una madre al figlio

Children leave at Dawn, il documentario della giovane regista Manon Coubia, è stato presentato alla Semaine de la Critique della 56esima edizione del Festival di Cannes.

Nazione: Francia
Anno: 2017
Durata: 23′

Regia e Sceneggiatura: Manon Coubia

Interpreti: Aurélia Petit, Yoann Zimmer ed Emmanuelle Gilles-Rousseau

Produttore esecutivo: Emmanuelle Latourrette
Direttore della fotografia: Aurélien Py
Manager di produzione: Andrea Forssell
Sound editor: Aline Huber
Designer di produzione: Charlotte Martin-Favier

Sound Recordist: Vincent Nouaille
Editor: Thomas Marchand
Continuity supervisor: Rita Santin
Make-up Artist: Maëla Gervais

Titolo originale: Les enfants partent à l’aube

Un ragazzo, Mo, entra negli chasseurs alpini, truppe d’elitè dell’esercito francese.

Durante la manifestazione le reclute cantano ‘they killed, beloved father’ con aria piuttosto spensierata, come dovrebbe essere l’atmosfera del viaggio in macchina con la madre Macha, ma non lo è. La ripresa è una lunghissima serie di primissimi piani di madre e figlio con aura caravaggesca. Giusto un pò di luce in faccia al posto delle lacrime che si riverbera dalla neve tutta attorno. Del viaggio si riprende solo la strada, così, sino alla fine quando è interrotto dall’incidente probabilmente mortale di un ragazzo caduto dalla seggiovia.

Tutto fa presagire al peggio, tranne il bellissimo volto del protagonista, Yoann Zimmer.

Il corto si tinge di ridicolo quando la madre dice al figlio, che sta per entrare nell’esercito, che non deve fumare dinnanzi a lei, dopo avergli tolto la sigaretta accesa dalla bocca.

A parte la scelta dei primissimi piani di una donna con gli occhi azzurri, Macha, che è l’attrice Aurèlia Petit, come a dire che son colmi di lacrime e brulicano di speranza e di amore per il futuro del figlio, il corto è piuttosto noioso per la fotografia grigia e piatta e per il testo, che non riflette alcuna voglia di sopravvivere alla morte, né la bramosia del creare da parte dell’autrice medesimo.

Nella storia della rappresentazione del mondo la guerra e ciò che ne comporta sono tra le cose più eccitanti e drammatiche mai scritte. Al di là dei moralismi e dell’etica, per quanto riguarda la pittura, la fotografia e il cinema, l’uomo calato in una dimensione del conflitto ha dato di sè sempre un’immagine che fa parlare.

Questo film potrebbe sembrare un sogno, dove si vedono dei dettagli del moto senza qualcosa di ben definito, ma allora risulta più interessante dormire e sognare dal vivo.

Anzi, il sogno della coscienza genera mostri che risultano molto più affascinanti e seduttivi di un corto che ammicca come una gatta morta alla ricerca dell’uomo.

La Semaine de la Critique di Cannes è anche sospensione della critica, forse.

Eppure il cinema non è mai questo. Anche il cinema più delicato e apparentemente immobile, dove gli oggetti son ripresi sempre allo stesso modo, vedi un Ozu, sono più commoventi di un ragazzo che non può fumare dinnanzi alla madre e poi forse muore perchè è entrato nell’esercito.

Allora, i grandi moralizzatori diranno che non tutto può piacere e confonderanno estetica ed etica come quando vanno a votare.

Allora, si concentrassero tutti sul voto di un politico che possa cambiare il reale, piuttosto che su un film che non smuove neanche alla più tecnocratica partecipazione della visione dell’audiovisivo.

Veronica Pacifico

Video YouTube ufficiali del canale Semaine de la Critique del Festival di Cannes

Foto di copertina per gentile concessione del Festival di Cannes

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