Il Flusso dei Modelli: Tutto è arte. Sempre.
La vita come palcoscenico, il quotidiano come opera, il gesto come atto creativo
Artefice: chi fa con arte
C’è una parola che usiamo quasi ogni giorno senza accorgerci di quanto sia densa, radicale, persino rivoluzionaria. La parola è artefice, e la sua origine dice già tutto quello che dobbiamo sapere. Dal latino artifex (composto di ars, artis, «arte», e il tema di facere, «fare») artefice significa letteralmente: colui che fa con arte. Non solo chi dipinge o scolpisce. Non solo chi sale su un palco. Chiunque agisca con intenzione, con forma, con consapevolezza del gesto. Già nella Roma antica il termine era larghissimo. Si diceva artifex scenicus per indicare l’attore, ma anche artifex motus per chi compiva un movimento fatto con arte, e ancora artifex dicendi per chi sapeva usare la parola come strumento espressivo.
Quando diciamo «essere artefici del proprio destino», stiamo dunque dicendo qualcosa di preciso e di potente: stiamo dicendo che costruiamo la nostra vita come si costruisce un’opera. Con forma. Con scelta. Con arte. Ma allora perché continuiamo a trattare l’arte come qualcosa di separato dalla vita? Come qualcosa che appartiene ai musei, alle sale da concerto, ai teatri? Questa scissione mi sembra artificiale, nel senso deteriore del termine, e soprattutto ingiustificata.
Non è che niente è arte, è che tutto può esserlo
Esiste una posizione critica, spesso assunta con un certo compiacimento intellettuale, secondo cui, di fronte all’inflazione del termine, alla fine niente è davvero arte. È una posizione che capisco ma con cui non concordo. Trovo che sia un errore di prospettiva, il problema non è che «tutto viene chiamato arte», ma che siamo ancora vincolati a una definizione di arte troppo stretta, troppo aristocratica, troppo legata alla selezione e al riconoscimento istituzionale.
La mia posizione è opposta e, credo, più fedele all’esperienza vissuta. Non è che niente è arte, è che tutto può esserlo. Il gesto con cui disponiamo il piatto sul tavolo. Il modo in cui scegliamo di vestirci il mattino. Il tono che usiamo quando parliamo a qualcuno che amiamo. La camminata per una strada che conosciamo a memoria. Non c’è nessuna di queste azioni che non possa contenere una forma, un’intenzione estetica, una comunicazione silenziosa di sé al mondo.
Il filosofo e critico d’arte Arthur Danto ha scritto che l’arte inizia quando un oggetto ordinario viene trasfigurato dalla prospettiva. Io aggiungo che questa prospettiva è già dentro di noi, è il modo in cui abitiamo il mondo ogni giorno. La vita non imita l’arte: la vita è già, in sé, un atto artistico in corso.
Il palcoscenico invisibile. La vita come teatro
«Il mondo intero è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne non sono che attori»
Shakespeare lo scriveva nel 1599, nel monologo di Jaques in Come vi piace, e da allora quella frase ha percorso cinque secoli senza invecchiare. Perché dice qualcosa di vero che continuiamo a sperimentare: siamo sempre in rappresentazione. Non nel senso della finzione o dell’ipocrisia, ma nel senso della costruzione continua di un sé che si espone, che si posiziona, che comunica.
Il sociologo Erving Goffman, nel suo lavoro fondamentale La vita quotidiana come rappresentazione (1959), aveva già teorizzato con rigore quello che l’intuizione comune percepisce: ogni interazione sociale è una performance. Scegliamo come presentarci, gestiamo le impressioni che diamo, moduliamo la nostra «maschera» a seconda del contesto. Non siamo attori nel senso di chi finge: siamo attori nel senso più nobile, di chi abita consapevolmente la scena della propria vita.
L’arte performativa (dalla danza alla performance art, dal teatro fisico all’happening) ha sempre saputo questo. Marina Abramović ha costruito decenni di lavoro sull’idea che il corpo presente, in uno spazio condiviso, sia già arte.
«La performance è un’arte mentale»
Conferisce la Abramović, sottolineando come sia l’intenzione e la presenza a trasformare un gesto in qualcosa di più grande. Quella stessa intenzione e quella stessa presenza le portiamo con noi ogni mattina, appena usciamo di casa.
Gli istanti come frame, la vita come opera aperta
Ogni istante è un frame. Ogni momento vissuto è un’inquadratura che fa parte di un film più grande, di cui siamo allo stesso tempo registi, protagonisti e spettatori. Non si tratta di una metafora poetica: è una descrizione funzionale di come la memoria e la percezione lavorano. Ricordiamo la nostra vita per immagini, per scene, per momenti che si sono fissati come dipinti. Alcuni nitidi, altri sfumati, ma tutti dotati di una loro composizione, di una loro luce, di un loro significato.
Umberto Eco, nella sua nozione di opera aperta, descriveva le opere d’arte come strutture che si completano nell’interpretazione del fruitore. La vita funziona esattamente così: è un’opera aperta di cui non scriviamo mai interamente la partitura, ma che a ogni istante riceviamo e trasformiamo. Ogni conversazione è un’improvvisazione jazz. Ogni relazione è un’installazione in progress. Ogni giornata è una sequenza di fotogrammi che compongono un racconto che non ha mai un titolo definitivo.
Il coreografo Pina Bausch diceva:
«Danzo perché ho paura delle parole.»
C’è in quella frase la consapevolezza che il corpo sa dire quello che la lingua non riesce a contenere. E noi, anche quando non danziamo, comunichiamo con il corpo attraverso la postura, la distanza, con il ritmo del respiro in una stanza. Siamo già, sempre, nell’atto.
Il Flusso dei Modelli
Verso una teoria dell’arte quotidiana e del comportamento sociale come atto creativo
Propongo un termine che credo possa aiutarci a guardare in modo nuovo a quello che facciamo ogni giorno: il Flusso dei Modelli.
Con modello intendo un atto deliberativo di comportamento sociale, e per comportamento sociale intendo anche i comportamenti del singolo, nelle sue dinamiche interne, nelle sue scelte quotidiane, nel suo modo di stare al mondo. Un modello non è una maschera né una finzione, è una forma che si costruisce nel tempo, un repertorio di gesti, atteggiamenti, risposte, silenzi. È il modo in cui decidiamo (spesso inconsapevolmente oppure con piena intenzione) di apparire, di imporci, di ritirarci, di aprirci.
Con flusso intendo la dimensione dinamica di questi modelli. La loro continuità nel tempo, la loro ripetitività (che non è monotonia, ma ritmo) e soprattutto il loro scambio continuo con chi abbiamo di fronte. Il flusso è la corrente viva che porta i modelli attraverso le relazioni, li modifica, li contamina, li arricchisce. Non siamo mai soli nei nostri modelli: ogni modello entra in risonanza (o in attrito) con quello di chi ci sta accanto.
Il Flusso dei Modelli è dunque la corrente ininterrotta di comportamenti, posture, intenzioni e risposte che attraversa ogni interazione umana, individuale o collettiva, trasformando ogni atto quotidiano in un’espressione di sé, e quindi in arte. Non è necessario sapere di starlo facendo. L’arte non richiede consapevolezza tecnica per essere prodotta: richiede autenticità, presenza, forma. E queste tre cose le possediamo tutti, sempre.
Il Flusso dei Modelli è un concetto che nasce all’intersezione tra sociologia della vita quotidiana, performance studies e filosofia estetica. Si distingue dalla semplice idea di «ruolo sociale» perché non è statico bensì è precisamente nel flusso, nella continuità viva, nello scambio, nella ripetizione che si trasforma e che risiede la sua natura artistica. Ogni persona porta un tema, e insieme si improvvisa.

Un’arte democratica: fruibile da tutti, per tutti
L’arte che abito in questo articolo è democratica nel senso più preciso del termine. Non richiede biglietti d’ingresso. Non richiede cataloghi. Non richiede una formazione specifica per essere compresa, né una posizione sociale privilegiata per essere prodotta. È un’arte accessibile perché è già dentro di noi, nella naturalezza con cui esistiamo.
Joseph Beuys, uno degli artisti più radicali del Novecento, sosteneva che ogni essere umano è un artista, non nel senso che tutti devono dipingere o fare sculture, ma nel senso che ognuno ha la capacità creativa di plasmare la propria vita e contribuire alla trasformazione della società.
«La creatività non è privilegio di pochi ma necessità di tutti.»
Questa visione di Beuys rimane la più onesta che conosca.
L’arte democratica ha l’obiettivo di comunicare a tutti. Vuole uscire dall’ambito della selettività, dal circolo di chi sa riconoscerla, di chi ha gli strumenti tecnici per leggerla. E l’arte che viviamo ogni giorno (l’arte del gesto, della presenza, del Flusso dei Modell) è già così. Non chiede credenziali. Si rivolge direttamente all’esperienza condivisa, a quello che tutti noi sappiamo fare semplicemente perché siamo vivi. Scegliere, muoverci, incontrarci, comunicare.
«Il Flusso dei Modelli è forse la forma d’arte più democratica mai esistita. Non ha autore singolo, non ha un museo che la custodisce, non ha un critico che ne stabilisce il valore. La sua unica sede è la vita, e la sua unica condizione è la presenza.»
Essere artefici, oggi
Tornare all’origine della parola artefice, allora, non è un esercizio filologico. È un atto politico, nel senso più nobile del termine: è riconsegnare a ogni persona la consapevolezza di essere già, sempre, un creatore. Non in senso vago e consolatorio, ma in senso preciso e concreto. Ogni giorno costruiamo qualcosa. Ogni giorno mettiamo in forma la nostra presenza nel mondo. Ogni giorno partecipiamo al Flusso dei Modelli che ci attraversa e che noi attraversiamo.
L’arte non è un privilegio riservato ai dotati o agli iniziati. È la condizione di chiunque abiti consapevolmente la propria vita. E quella consapevolezza (la coscienza che ogni nostro atto ha una forma, che ogni nostra presenza ha un peso estetico, che ogni relazione è uno scambio di modelli in flusso) è già, in sé, il primo passo verso un’esistenza più pienamente artistica.
Non siamo spettatori della vita. Ne siamo gli artefici.
L’immagine di apertura, intitolata “Cerchi biologici nel flusso dei modelli”, è stata generata con il supporto dell’intelligenza artificiale attraverso un atto performativo di prompt engineering — che è, a suo modo, anch’esso arte.
– di Francesco Evangelisti

