We the workers di Wenhai Huang: la Cina racconta il lavoro

We the Workers

Produzione: Cina, Hong Kong

Anno: 2017

Genere: Documentario

Durata: 174′

Regia: Wenhai Huang

 

Nobody was born to suffer”, senza guardare in camera, con la massima sincerità, dice un lavoratore all’inizio del nuovo documentario We the Workers di Wenhai Huang presentato all’ultimo festival internazionale di Rotterdam.
Già Lizzani aveva filmato la Cina, ma stavolta è diverso. È un cinese insieme ai suoi conterranei a dire che laddove c’è un problema, c’è una soluzione.

Il film procede piuttosto flemmaticamente. Non c’è un vero e proprio montaggio, neanche di quelli che ci si aspetterebbero per un documentario ma forse, tutto si spiega nella potenza del testo.
Gli attori, i cinesi coinvolti nella battaglia per i diritti dei lavoratori, parlano in continuazione e senza alcuna colonna sonora.
Gli unici suoni che si sentono, al di là delle voci come in una manifestazione, sono i rumori della catena di montaggio sul finire del film, come se ci si aspettasse ancora solo e solo quella, e il pianto di un bambino.
Quest’ultimo è sovrapposto al lamento di un lavoratore che è stato picchiato e lasciato mezzo tramortito a terra tra i rifiuti.
Bellissima è la ripresa aerea che stringe sul malcapitato che si trova in una pozza di sangue. Varrà l’inquadratura l’intero film?
L’inizio lunghissimo, quasi interminabile, fa invidia a La grande bellezza di Sorrentino, eppure ha una natura diversa. Se lì c’è un’intenzione più estetizzante, qui c’è quasi un urlo di Munch della disperazione. Lo spettatore è sbattuto nel vuoto, nella nebbia, nel lavoro meccanico mischiato al sudore di lavoratori di cui non si vede la faccia. Tutto questo dura più di un quarto d’ora.

Il film inizia con un corto, anzi, una pubblicità del lavoro.
L’attivismo dei lavoratori è il leitmotiv del film che si contrappone ad una invisibile lotta dei comunisti che dice, l’attore medesimo, sono ”senza speranza”.
Guardando il film ci si rende conto che solo il lavoro produce energia e forza, lavoro significa vita, per chi si alza e combatte per il posto e per il proprio futuro.
L’inquadratura dell’anonima città industriale quasi al centro del film è un requadrage, un’intelaiatura della forza lavoro, che solo la telecamera di Wenhai Huang può trasformare in racconto.
Il punto di vista del regista si mischia a quello dello spettatore. O meglio, il punto di vista dello spettatore si identifica con quello del lavoratore che manifesta. La partecipazione è alta, anche se la cultura è diversa da quella occidentale. In Cina il diritto al lavoro è calpestato ancor più che da noi. Chi si lamenta dello stato di cose, fa una brutta fine. Al contrario di quel che accade nel film, dove gli attori comunicano il loro pensiero pur mantenendo una certa autonomia con l’anonimato.
Non c’è bisogno dell’intervento di un commentatore, la voce del popolo si alza senza forzature.
I sottotitoli non tolgono probabilmente nulla al film.

Veronica Pacifico

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Foto di copertina ©Wen Hai Production

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